Vite nere, Vita nera

(Estratto dal libro Afro-ismo, Cultura pop femminismo e veganismo nero tradotto da feminoska di Les Bitches. Se vuoi sostenere il lavoro di traduzione di questo libro, puoi acquistarlo qui in formato cartaceo, oppure puoi acquistarlo come ebook sui più noti siti di vendita online e fare una donazione libera sul crowdfunding di Produzioni dal Basso!)

di Syl Ko, 10 agosto 2015

In questo capitolo voglio analizzare e mettere in relazione due questioni apparentemente scollegate: una riguardante la politica della diversità e l’altra relativa al movimento #blacklivesmatter.

In entrambe è rilevabile un aspetto problematico, ovvero l’interpretazione della nerezza o della non bianchezza come sostanzialmente incarnata [bodied]. In altre parole, abbiamo interiorizzato la tendenza dominante (leggi: bianca) a considerarci visibili nella misura in cui siamo considerati unicamente in quanto corpi, e ora la perpetuiamo all’interno dei nostri stessi movimenti.

Con il termine “incarnato” non intendo disorientarvi utilizzando un linguaggio filosofico, né affermare che avere un corpo sia, per una qualche ragione, problematico. Non penso neppure che i corpi siano spregevoli, ci rendano inferiori o altre simili assurdità. Considerare gli esseri in quanto “incarnati” è problematico solo quando i viventi vengono presi in considerazione essenzialmente dal punto di vista dei propri corpi. In altri termini, quando esseri coscienti e attivi che possiedono punti di vista, interessi e progetti – in una parola, soggetti – vengono ridotti entro la mera cornice biologica che ospita la fonte di tale attività – rendendoli oggetti – è distruttivo per quegli esseri. Questa inferiorizzazione viene spesso utilizzata per giustificare trattamenti orrendi. Fenomeni come la schiavitù, la sperimentazione sugli umani, i campi di schiavitù sessuale, le esibizioni di esseri umani nei giardini zoologici ecc. sono diventati possibili perché tali esseri sono stati considerati esclusivamente come corpi. Allo stesso modo, la macellazione dei non-umani per la produzione di carne, la grave manipolazione delle capacità riproduttive non-umane per produrre latte e uova, la sperimentazione scientifica e la prigionia inflitta ai nonumani negli zoo ecc. sono rese possibili dall’idea fasulla che questi esseri siano da considerare come meri corpi.

Scopo di questo capitolo non è implorare i bianchi a rinunciare a questa rappresentazione dei neri, ma farci riflettere sul modo in cui le persone di colore possano averla interiorizzata, soprattutto negli ambiti dell’attivismo, e come lasciarcela alle spalle. A partire, inevitabilmente, dal movimento #blacklivesmatter.

Infatti, sebbene lo slogan che dà il nome al movimento affermi con forza che le vite nere sono importanti, alcuni di noi sono sconvolti dal fatto che le morti nere sembrino non contare nulla. Prova ne è la reazione della nostra comunità al modo in cui i principali organi d’informazione hanno riportato la morte del leone Cecil, ucciso da un bianco del Minnesota durante un safari nello Zimbabwe. Non c’è dubbio che quando affermiamo che le nostre morti contano stiamo indirettamente sostenendo che le nostre vite contano.

Ma cosa intendiamo quando diciamo che le nostre “vite” contano? Considerato il contesto in cui è nato lo slogan, è stata posta un’enfasi e un’attenzione incredibile all’aspetto biologico della vita nera. Le persone nere sono costantemente vittime di violenza, prese di mira, torturate e uccise ovunque, spesso alla luce del sole. Ma anche se i vili attacchi ai corpi neri hanno contribuito a portare il problema alla ribalta, concentrarsi in maniera miope sulla vita e sulla morte nera reale o biologica non fa che riprodurre la narrazione della nerezza come incarnazione. Inquadrare il problema dal punto di vista biologico rischia di compromettere il modo in cui pensiamo di superarlo o di “fare qualcosa” al riguardo.

Per esempio, un’attenzione ossessiva, e a mio avviso eccessiva, è stata dedicata alla questione della violenza della polizia. Si potrebbe considerare troppo severo da parte mia definire “ossessiva ed eccessiva” l’attenzione pur meritevole a questo tema, ma ammettiamolo: la comunità nera ha sempre avuto rapporti disastrosi con la polizia. Anche se i bianchi cominciano a credere a quanto diciamo, ciò non significa che la soluzione di ogni problema passi dalle indagini sulla polizia, dall’installazione di telecamere o dal tentativo di rendere equo un sistema giudiziario intrinsecamente razzista. Con ciò non intendo dire che si tratti di misure di per sé sbagliate, ma non sono necessariamente utili a superare i problemi.

Quelli più esperti tra noi potrebbero persino dare ragione a George Jackson quando scriveva: «Quanto dobbiamo sembrare ridicoli al resto del mondo nero quando esortiamo il governo a indagare sugli organi che lo proteggono».1 La cornice specifica entro cui poniamo simili soluzioni è limitante, perché è l’interpretazione del problema che la determina a essere limitante.

Certamente le vite e i corpi biologici delle persone nere sono sotto attacco, ma cosa succederebbe se scavassimo più a fondo per comprendere ciò che sta alla base di questo fenomeno?

Per farlo, è necessario considerare il problema più complesso della semplice violazione fisica, e considerare noi stessi molto più di corpi incarnati. Una delle possibili chiavi di lettura per interpretare il problema è che l’eliminazione simbolica o culturale della Vita nera è la condizione necessaria che rende possibile l’eliminazione materiale delle vite nere.

Siamo così terribilmente concentrati sulle “vite” biologiche delle persone nere che abbiamo perso di vista quella che potrebbe essere la causa del problema, ovvero l’abituale mancanza di considerazione della Vita nera. La Vita, con la V maiuscola, eccede i processi biologici e include quelle attività che la rendono preziosa e degna di essere vissuta: è ciò che dà peso alla nostra esistenza di esseri umani. Sentirsi vivi, vivere un’esistenza degna di essere vissuta, sperimentare il proprio “valore” in quanto soggetto vivente, non significa semplicemente avvertire le proprie pulsazioni o possedere un cervello funzionante, è molto di più.

I modi in cui noi umani immaginiamo la Vita implicano di solito un dialogo incessante con il mondo in cui esistiamo. Questi dialoghi si manifestano come contributi che interagiscono con la società di cui facciamo parte; arte, musica, cinema, scienza, religione, teoria, letteratura e filosofia sono alcune delle categorie in cui hanno luogo le conversazioni. Altre volte la Vita è costituita dai dialoghi incessanti con i micromondi che abbiamo creato per noi stessi, per esempio le nostre famiglie o comunità, spesso rappresentate o trattate in opere d’arte, musica, film, teoria ecc.

Il problema è che viviamo in una società (e in un mondo) che cancella, respinge o sminuisce il valore dei contributi offerti dalle persone nere, che comporta quindi la cancellazione, il rifiuto o l’inferiorizzazione della vita familiare e comunitaria così come viene rappresentata e trattata in molti di questi contributi.

In altre parole, viviamo in una società che cancella culturalmente e simbolicamente la Vita nera. Potremmo addirittura chiamarla una tradizione americana: la Vita nera non conta. Se così non fosse, non ci troveremmo ancora oggi ad annegare nella bianchezza e nell’eurocentrismo.

Ed è a questo punto che è possibile allacciarsi al secondo argomento menzionato in apertura: la diversità. Anche in questo caso è possibile vedere all’opera la narrazione della nerezza come corpo incarnato che, in molti modi, alimenta la tradizione americana che cancella o rifiuta la Vita nera. In breve, la diversità (o meglio, la “diversità”) è l’idea che le persone nere (o non bianche) siano sfruttabili come simboli utili alle teorizzazioni e prospettive bianche, anziché contribuire con i propri punti di vista e le proprie teorie. Il presupposto, qui, è che le idee delle persone di colore siano inferiori o trascurabili, di conseguenza il loro valore, in qualsiasi spazio, sarà proporzionale alla loro capacità di riprodurre la bianchezza. In parole povere, la “diversità” è la presenza di corpi neri (al posto delle idee nere nate da prospettive nere) all’interno di spazi prevalentemente bianchi.

Consideriamo due esempi in grado di dimostrare come anche noi finiamo per abbracciare questo modo di pensare.

  1. Spesso le persone – neri inclusi – pensano di “rendere omaggio alla diversità” quando scelgono di dedicarsi a un progetto che si concentra sui problemi che riguardano le persone non bianche, o rende queste ultime i soggetti principali di tale progetto. Più spesso di quanto non sembri, la struttura alla base dello studio o del progetto di ricerca è eurocentrica. Solo perché il progetto è “dedicato alla razza”, o riguarda le persone nere e non bianche, non significa che si stia valorizzando la diversità. Valorizzare la diversità in tale contesto significa riconoscere che i modelli teorici ideati da persone nere e non bianche, in particolare coloro che sfidano direttamente l’eurocentrismo, sono altrettanto validi, se non addirittura più appropriati, per inquadrare i propri progetti di ricerca o i propri studi, indipendentemente dal fatto che riguardino popolazioni nere o non bianche.
  2. Prendiamo ora un esempio che riguarda le “strategie di inclusione” all’interno di spazi che solitamente hanno difficoltà a reclutare persone nere. Come studente di filosofia, posso citare la mia esperienza: in tutti gli Stati Uniti, le facoltà di filosofia si sono attivate per “entrare in contatto con persone nere interessate alla filosofia”, ovvero per rimediare al numero infimo di persone non bianche, in particolare nere, presenti nella professione. Mi deprime constatare di conoscere molte filosofe e filosofi neri energicamente impegnati in questo “progetto”. Ovviamente le persone nere hanno sempre fatto filosofia, ma i programmi “migliori” rifiutano di riconoscere quei lavori come “vera” filosofia. Pertanto il problema non è un morbo misterioso che colpisce le persone nere e impedisce loro di apprezzare le virtù della filosofia e di iscriversi ai corsi di filosofia. Il problema è che i guardiani bianchi dell’indagine filosofica difendono una concezione particolarmente eurocentrica della “filosofia”.

Ciò che risulta particolarmente grave nella retorica della diversità è che le persone nere vengono utilizzate allo scopo di cancellare le proprie stesse prospettive. Questo è il motivo per il quale io e Aph rifiutiamo l’idea che tutto ciò sia realmente “diversità”. La chiamiamo “diversità estetica”: sii nero, pensa bianco. Altri la chiamano “diversità imperialista”; Angela Davis la descrive come «una strategia aziendale».2

Si direbbe che la diversità estetica si stia aggiungendo al problema della scomparsa delle vite nere, dato che l’errata comprensione della diversità rifiuta i contributi autentici delle persone nere per difendere e glorificare quelli delle persone bianche. Se la cancellazione fisica delle persone nere è resa possibile dalla nostra stessa cancellazione culturale o simbolica, e se la “diversità” è utile a includere i corpi neri in spazi bianchi, disprezzando però i nostri punti di vista unici, allora la “diversità” non serve a niente.

Questa mancanza d’interesse per la vita nera, insieme all’incessante cancellazione dei nostri contributi, delle nostre voci e delle nostre prospettive, gioca un ruolo centrale nel rendere possibile la nostra cancellazione fisica e letterale. Se ciò che ci rende “davvero vivi” – ovvero i contributi che rendono la nostra esistenza possibile e significativa in quanto esseri sociali – è considerato inesistente, inutile, inferiore o non merita nemmeno di essere riconosciuto, allora ci hanno già uccisi. Se la nostra visione artistica, i nostri sforzi teorici, le nostre idee sono considerate completamente prive di valore e non hanno alcun posto nel mondo, non saranno la nuda carne né il sangue a persuadere qualcuno del nostro diritto a esistere. In che modo dunque possiamo dimostrare che le nostre vite sono importanti, quando per il resto del mondo la nostra Vita non conta nulla?

Per fare progressi, è necessario prendere sul serio la Vita nera. Ma per riuscirci dobbiamo prima volgere lo sguardo al passato, ai nostri fratelli e alle nostre sorelle di lotta che hanno sottolineato, già molto tempo fa, che le vite nere non hanno alcuna importanza. Non eravamo destinati a stare sullo stesso piano dei bianchi. Questo è ciò che Aimé Césaire intendeva quando dipingeva il “Negro” «un’invenzione dell’Europa».3

È esattamente in questo modo che noi persone nere veniamo considerate inferiori. Chiunque, di qualsiasi razza, comprende che la vita biologica nera è sicuramente importante: uccidere o picchiare le persone nere è sbagliato. Chiunque, di qualsiasi razza, comprende che senza dubbio i corpi neri dovrebbero essere inclusi in tutti gli spazi.

Impedire alle persone nere di muoversi liberamente è sbagliato, ma ciò non significa comprendere che la Vita nera conta, e che le idee e le prospettive nere dovrebbero essere benvenute in ogni spazio. Si può essere attiviste e attivisti irriducibili, bloccare le autostrade per protestare contro gli omicidi della polizia, e al tempo stesso essere ancora parte del problema se non si prendono sul serio l’arte, la teoria e le prospettive nere.

Si può essere il presidente del comitato sulla diversità e al contempo un nemico della vera diversità se l’unica preoccupazione è quella di reclutare corpi neri e non bianchi, invece di idee nere e non bianche. Dobbiamo fare attenzione al modo in cui sproniamo i nostri alleati (e noi stessi) a prendere iniziative su questi temi. Se non cambiamo la strategia attuale, riusciremo tutt’al più a fare in modo che la società tradizionale si preoccupi di noi quando saremo morti. Come possiamo far sì che la società si preoccupi davvero di noi quando siamo ancora in vita?

1 George Jackson, I fratelli di Soledad. Lettere dal carcere di George Jackson, trad. it. Bruno Oddera, Einaudi, 1971, pp. 251-52.

2 Jenevieve Ting, “Angela Davis’s Legacy of Collective Solidarity”, Ms. magazine blog, 26 febbraio 2015, http://msmagazine.com/blog/2015/02/26/angela-daviss-legacy-of-collective-solidarity

3 Aimé Césaire, Discorso sul colonialismo, introduzione e cura di Miguel Mellino, Ombre Corte, 2014.

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