MANIFESTO GUASTAFESTE

di Sara Ahmed.

Un manifesto: una dichiarazione di principio, la dichiarazione di una missione.
Manifesto: dichiarazione d’intenti di un individuo, un’organizzazione o un gruppo.
Come scrivere un manifesto sulla guastafeste [1], o su ciò che fa, ovvero rovinare l’atmosfera?

Un manifesto: il rendere manifesto. Questo è il senso che Moynan King attribuisce a Manifesto SCUM [2] di Valerie Solanas: «In quanto manifesto, SCUM si prefigge di rivelare, di rendere percettibile, un nuovo ordine di idee». Rendere percettibile un nuovo ordine di idee scompiglia, allo stesso tempo, le idee esistenti. Spesso, infatti, i manifesti promuovono i propri obbiettivi in modi inaspettati e scioccanti, poiché rivelano la violenza di un dato ordine. Un manifesto femminista rivela la violenza dell’ordine patriarcale, la violenza di ciò che ho chiamato “la macchina del genere”.

Un manifesto non provoca soltanto disturbo, ma lo fa intenzionalmente: rendere qualcosa evidente può bastare a perturbare uno stato di cose. Riconoscere una simile correlazione ci induce a scrivere un manifesto guastafeste in un certo modo, radicandolo necessariamente in ciò che esiste. Perché è così importante? Perché riguarda ciò con cui ci scontriamo. I peggiori abusi di potere a cui ho assistito nell’ambito accademico si sono verificati quando le persone si sono avvalse del principio di uguaglianza – come a dire: siccome i confini e le norme sono una questione di gerarchia, siamo “libere di fare quello che si vuole”, anche se “libere di fare quello che si vuole” significa ancora una volta, in realtà, “tu fai ciò che io voglio che tu faccia”, dato che questo noi è composto da un io che detiene il potere e un tu che è subordinato, a causa delle rispettive posizioni all’interno di un’organizzazione. Si noti che l’espressione “fare quello che si vuole” non solo può essere intesa come principio di uguaglianza ma anche come atto di ribellione contro le norme istituzionali e l’autorità (che ci impedirebbero di avere relazioni dal momento che presuppongono confini e divisioni a cui noi abbiamo rinunciato, perché siamo libere e radicali). Un manifesto guastafeste non riguarda la libertà dell’attivista radicale di realizzare i propri interessi particolari.

Un manifesto guastafeste comincia riconoscendo l’esistenza delle disuguaglianze. Questo riconoscimento si incarna nella figura della guastafeste, che rovina l’atmosfera a causa di ciò di cui afferma l’esistenza. La guastafeste ripete continuamente le stesse cose, perché deve controbattere a chi nega continuamente ciò di cui lei afferma l’esistenza. La guastafeste spesso è tacciata di essere una che si inventa le cose, la causa stessa del problema contro il quale si scaglia, di essere respingente. Se un manifesto guastafeste rivela che negare la disuguaglianza in nome dell’uguaglianza è una tecnica di potere, allora i princìpi articolati in un manifesto di questo tipo non possono essere astratti dalle considerazioni sull’esistente. Un manifesto guastafeste, pertanto, intende rendere manifesto ciò che esiste. Nel renderlo manifesto, diventa un manifesto.

Lottare per la libertà significa lottare contro l’oppressione. In Blues Legacies and Black Feminism, Angela Davis ha mostrato come l’esprimere desideri di libertà insoddisfatti possa rappresentare una forma di libertà «in termini più immediati e accessibili». Attraverso l’oppressione, la libertà può esprimersi. Un manifesto è indispensabile quando è necessario lottare per dire qualcosa. È per questo che il manifesto può essere definito come un genere letterario guastafeste: l’urgenza del dire scaturisce da ciò che non viene fatto. Un manifesto è un appello, ma non è appetibile: un manifesto non è un genere accattivante, sulla base delle norme o degli standard esistenti. Non può esserlo: deve fare uno sforzo di essere detto. E tuttavia, è accattivante per coloro che lo leggono; un manifesto fa appello ad un’idea, appellandosi a chi lo legge. Un manifesto guastafeste si rivolge alle guastafeste.

I manifesti solitamente risultano antipatici, in quanto spesso rivelano la violenza inevitabile dell’accettare un compromesso. La femminista guastafeste non soltanto ha un proprio manifesto, è lei stessa un manifesto. Si organizza intorno alla violenza: il suo significato e la sua importanza scaturiscono dal modo in cui denuncia la violenza. Basti pensare al verbo ‘guastare’ nella figura della femminista ‘guastafeste’. Questa immagine ci ricorda come il femminismo sia spesso visto come una forma di omicidio: pretendere la fine del patriarcato, ovvero di quel sistema che produce “gli uomini”, viene associato all’idea di volerli uccidere. Potremmo dunque accostare la figura della femminista assassina a quella della femminista guastafeste. Questo è quello che, in modo molto controverso, ha fatto Valerie Solanas (1967, 2013) nel suo manifesto, ovvero prendere alla lettera l’idea della femminista assassina nell’immaginare il collettivo femminista (inteso anche come stato mentale) SCUM (Society for Cutting Up Men). Non c’è da stupirsene, perché uno dei suoi obbiettivi era tirare la corda per andare contro una lettura letterale del Manifesto; e invece fu respinto come letterale, e perché fu preso alla lettera circa l’intenzione di eliminare gli uomini. Il manifesto funziona proprio, invece, perché innesca quel prendere alla lettera che poi gli si ritorce contro. Ho notato questo uso del letteralismo come strategia di rifiuto quando scrivevo sul mio blog di guastafeste femminista. Per esempio, quando in un tweet inserii il link al post di un blog intitolato “uomini bianchi”, che fu poi ripubblicato da un uomo bianco, un altro bianco additò la cosa come genosuicidio, vale a dire come suicidio della popolazione. Un’altra volta uno studente di Goldsmith, Bahar Mustafa, pare abbia usato l’hashtag #uccidituttigliuominibianchi (#killallwhitemen). Valerie Solanas viene riportata in vita nei social. Bang! Sicuramente, però, se questo hashtag riproduce alla lettera una fantasia, ce la fa anche letteralmente incontrare. L’hashtag diventa un ordine, e viene percepito come la pianificazione di un genocidio.

L’immagine della femminista assassina si rivela utile, dal momento che fa dipendere la sopravvivenza degli uomini dall’eliminazione del femminismo. Molta della creatività femminista ha preso alla lettera una fantasia che non ha origine nel femminismo, per la quale l’uomo ucciso in un atto di vendetta femminista diventa l’incarnazione di tutti gli uomini. E in un certo senso, allora, denunciare la violenza significa essere violente. Se si fa uscire la violenza dalla propria penna, se le si permette di attraversarci, si deve lasciare che si diffonda in tutte le pagine. Dunque, si pretende la scomparsa degli “uomini bianchi” se si esige che spariscano le istituzioni che li producono. L’“uomo bianco” è un’istituzione e noi vogliamo porvi fine. Tuttavia, su un altro piano, è più difficile utilizzare la figura della femminista assassina rispetto a quella della femminista guastafeste. Noi femministe non cerchiamo la violenza, ma vogliamo eliminare le istituzioni che la promuovono e la naturalizzano. La maggior parte della violenza promossa dalle istituzioni viene dissimulata tramite la creazione del “pericolo estraneo”, ovvero attraverso la convinzione che la violenza abbia origine solamente negli stranieri. Siamo considerate violente perché denunciamo la violenza, come se la violenza di cui stiamo parlando avesse origine in noi stesse.

Essere una guastafeste comporta anche l’essere vista come una che ‘uccide la vita’, dal momento che c’è un collegamento stretto tra il principio della vita e il principio della felicità. Se lotti contro la felicità, sei contro la vita. Essere una guastafeste significa dunque mettere a rischio la vita. Anche se ci definiscono guastafeste, non siamo sempre pronte ad accogliere questa definizione (che ci viene sempre affibbiata da altre persone; la figura della femminista guastafeste esiste prima di venirci affibbiata). Infatti, la femminista guastafeste si materializza in situazioni di estrema difficoltà e sofferenza: ad esempio, quando si è sedute a tavola a performare la famiglia, istituzione perfetta che viene minacciata dalla nostra presenza. E la nostra minaccia deriva dal rivelare, certo non inventare, quello che è già presente, in quel momento e in quella stanza.

L’indescrivibile sensazione del momento in cui tutti i sentimenti negativi celati dall’immagine della famiglia felice si riversano su colei che ne rivela l’inganno! Non dimenticherò mai quella voglia di scomparire da una situazione che mi avevano accusato di aver creato.

È deprimente; siamo deprimenti.

Un Manifesto Guastafeste è in buona compagnia: molti libri abbattono i pregiudizi e dunque scatenano la disapprovazione collettiva. La Dialettica dei Sessi può essere considerato un Manifesto Guastafeste, un libro liquidato troppo in fretta partendo dal presupposto che la tecnologia avrebbe liberato la donna dalla biologia, ma che mostra, invece, come nulla potrà liberarci, dal momento che il lavoro continua ad essere strutturato sulla base della divisione sessuale. Sarah Franklin sostiene come “la maggior parte del manifesto della Firestone fosse basato sull’analisi di ciò che per millenni ha mantenuto in vita una specifica stratificazione di genere”. La Dialettica dei Sessi può essere definito un testo ottimistico perché rivela quanto sia difficile conquistare la libertà. Non c’è da meravigliarsi dunque che Firestone abbia avuto i suoi momenti da guastafeste, quando ci spiega, per esempio, in che modo questo sistema continui a perpetuarsi, nonostante non funzioni, e come alla fine, senza dubbio, ci ucciderà. Per fare alcuni esempi, fa riferimento all’amore, al romanticismo e alla famiglia. Tutte queste istituzioni rappresentano una promessa di felicità. Un’istituzione può organizzarsi intorno ad una promessa, e diventare un modo di organizzare la vita basato sul presupposto che conformarsi ad un certo modello possa condurci alla felicità. Quindi, ovviamente, seguendo questo ragionamento, Firestone passa al discorso sulla felicità. Come ho già accennato, considera il boicottaggio del sorriso come il “non plus ultra” del movimento di liberazione della donna (Firestone 1970, 90). Seguendo il pensiero di Lisa Millbank (2013), potremmo forse definire questa azione come lo sciopero del sorriso, per enfatizzarne la natura collettiva. Sciopereremmo collettivamente astenendoci dal sorridere, un’azione corale costruita a partire dall’azione individuale (non sorridere diventa un’azione, quando alle donne – e a chi lavora alle dipendenze altrui, in modo retribuito o meno – viene chiesto di sorridere), che però richiede la partecipazione di più di una persona. Abbiamo bisogno di uno sciopero del sorriso per rendere esplicita la nostra critica e il nostro malcontento verso il sistema.

Dobbiamo continuare ad essere amareggiate dal mondo.

La figura della femminista guastafeste assume il proprio significato se la facciamo rientrare nel contesto delle critiche femministe alla felicità. La felicità serve a presentare le norme sociali come beni sociali.

Come descritto acutamente da Simone de Beauvoir, “È sempre facile presentare come felice una situazione in cui si vogliono mettere [altre persone]” (1949, 1997, 28). In questo caso, sottrarsi all’altrui volontà potrebbe significare rifiutare la felicità desiderata. Impegnarsi nell’attivismo politico diventa, quindi, una lotta contro la felicità. La battaglia sulla felicità modella l’orizzonte in cui si creano le istanze politiche. Noi ereditiamo tale orizzonte.

La guastafeste diventa un manifesto nel momento in cui siamo pronte ad accoglierla, a costruire la nostra vita non nei suoi panni ma insieme a lei, in sua compagnia. Siamo pronte a essere guastafeste perché il mondo che etichetta questa o quell’altra persona o comunità come guastafeste non è il mondo di cui vogliamo far parte. Voler essere guastafeste significa trasformare una critica in un progetto. Un manifesto: come trasformare una critica in un progetto.

Considerare le guastafeste come manifesti vuol dire affermare che una politica trasformativa, una politica che mira a porre fine a un sistema, non è un programma d’azione separato dal modo in cui attraversiamo il mondo in cui viviamo. Il femminismo è prassi. Mettiamo in pratica il mondo a cui aspiriamo; niente di meno. Attraverso il femminismo lesbico organizziamo le nostre vite in modo che le relazioni fra noi donne non debbano essere mediate dai nostri rapporti con gli uomini. Vivere diventa un esempio di ribellione. Ecco perché un manifesto guastafeste sarà necessariamente personale. Ognuna di noi guastafeste avrà il proprio. Il mio manifesto non cancella la mia storia personale, anzi, descrive come quella storia si tramuta in azione. È proprio dalle esperienze difficili, dal sentirsi schiacciate da strutture invisibili ai più, che prendiamo l’energia per ribellarci. È da ciò contro cui combattiamo che ricaviamo nuove prospettive su cosa vogliamo davvero combattere. I nostri corpi diventano strumenti; la rabbia diventa nausea. Vomitiamo; vomitiamo quel che ci hanno costrette ad inghiottire. E più siamo nauseate, più la nostra pancia diventa un’alleata femminista. Sempre più, avvertiamo il peso dei miti – e più rendiamo esplicito il peso della Storia, più si fa pesante.

Ci spezziamo. Ci spezziamo sotto tutto quel peso; si rompe tutto. Un manifesto è scritto a partire da uno scatto femminista. Un manifesto è uno scatto femminista.

Noi femministe siamo testimoni dei problemi causati dal femminismo. Azzardo un’ipotesi: la questione femminista è un’estensione della questione di genere (Butler 1990). Nello specifico: il problema causato dal femminismo è il problema che la società ha verso le donne. Quando ci rifiutiamo di essere donne (nel senso etero-patriarcale del termine, ossia a disposizione degli uomini), diventiamo pericolose e finiamo nei guai. Una guastafeste è pronta a mettersi nei guai. E credo sia questo l’aspetto peculiare di un manifesto guastafeste: all’interno delle nostre dichiarazioni d’intenti o di obbiettivi includiamo l’esperienza di ciò a cui ci opponiamo. Proprio quest’ultima ci permette di articolare un “per”; un “per” che porta con sé l’esperienza di quel che fronteggiamo. Attraverso un “per” possiamo invertire la rotta. Un manifesto descrive ciò che vuole realizzare.

Non ho alcun dubbio che la femminista guastafeste abbia un motivo per lottare, anche se non tutte le guastafeste lottano per le stesse cose. Ma siamo pronte ad assumerci le conseguenze dello scontro perché lottiamo per qualcosa. Una vita può essere un manifesto. Quando leggo alcuni dei libri presenti nel mio kit di sopravvivenza, li intendo come manifesti, come esortazioni all’azione: una chiamata alle armi. Sono libri che fremono di vita, perché mostrano come una vita possa essere riscritta; come possiamo riscrivere la vita, parola per parola. Un manifesto ha una vita, una vita propria; un manifesto è una mano protesa. E il fatto che un manifesto rappresenti un’azione politica dipende da come viene recepito dalle altre persone. Forse una mano può fare di più quando non è semplicemente accolta da un’altra mano, quando un gesto va oltre la fermezza di una stretta di mano. Forse deve tremare ben più che una mano. Se il manifesto guastafeste è una presa, allora scivola tra le mani. Un manifesto ripete perciò qualcosa che è già accaduto; come sappiamo, la guastafeste ha già spiccato il volo. Forse il manifesto guastafeste è inopportuno; è un volo femminista.

Quando ci rifiutiamo di essere gli strumenti del padrone, sveliamo la violenza del bastone, le violenze che hanno costruito la dimora del potere, mattone dopo mattone. Quando rendiamo manifesta la violenza, una violenza che viene perpetuata tramite il suo essere nascosta, ci viene affibbiata l’etichetta di guastafeste. Una guastafeste diventa tale prima di tutto per quello che svela. Il manifesto, in un certo senso, viene dopo. Questo non significa che scrivere un manifesto guastafeste non sia comunque un impegno; o che non dia un’idea di come procedere. Una guastafeste ha i propri princìpi. Un manifesto guastafeste è la dimostrazione di come formuliamo princìpi a partire dall’esperienza di ciò contro cui lottiamo, dal vivere una vita femminista. Quando parlo di princìpi, non intendo regole di condotta a cui è necessario aderire per proseguire in una direzione comune. Potrei affermare che una vita femminista è regolata da princìpi, ma il femminismo spesso si palesa proprio quando ci si rifiuta di restare legate ai princìpi. Quando penso a dei princìpi femministi, penso al significato originale di questa parola: principio come primo passo, atto di apertura, inizio di qualcosa.

Un principio può anche essere ciò che è basilare per un’abilità. Le femministe guastafeste, e altre creature ostinate, sono abili; lo siamo diventate. Ciò che realizziamo segue dei princìpi. Come cominciamo non determina come finiremo, ma i princìpi ci danno una forma e una direzione. I princìpi femministi vengono articolati in realtà non femministe. Vivere una vita femminista, quindi, non vuol dire vivere facilmente; ci imbattiamo senza sosta in un mondo che non vive secondo i nostri stessi princìpi.

Per qualche strana ragione, i princìpi che ho articolato qui hanno finito per trasformarsi in dichiarazioni di volontà: di ciò che una guastafeste è pronta a fare o ad essere, e viceversa. Penso che se ne possano comprendere parte dei motivi. Un manifesto guastafeste è un soggetto ostinato, che desidera, errando, a partire da ciò che è pronta o non è pronta a fare. Non è strano che un soggetto del genere abbia dei princìpi, può averne. E condividerli con chi riesce a sopportarli.

PRIMO PRINCIPIO: NON SONO DISPOSTA A SPOSARE LA CAUSA DELLA FELICITÀ

Spesso è una richiesta precisa: ti viene chiesto di fare qualcosa per rendere felici altre persone. È più probabile che ti venga chiesto di fare qualcosa per la felicità altrui, quando si sa che quello che ti viene chiesto non ti rende felice. Per esempio, vieni invitata ad un matrimonio dalle stesse persone che sanno della tua opposizione all’istituzione del matrimonio, celebrata proprio in tali occasioni. Si rivolgono a te appellandosi alla propria felicità. Se rifiuti tale richiesta, sarai giudicata egoista, quella che antepone la propria felicità a quella altrui.

Come hai potuto?

Un manifesto guastafeste: ovvero, secondo quella cattiva

Se sei pronta a rifiutare queste suppliche, allora la felicità non è il principio che hai deciso di tutelare. Non hai ritenuto l’invito allettante. E non sostieni questo principio in generale perché ti ci sei scontrata in precedenza: ti è stato chiesto di non dire o fare cose, per non rendere altre persone infelici. Questo non significa che ad una guastafeste non interessi la felicità altrui, o che non possa talvolta decidere di fare qualcosa per rendere altre persone felici. Semplicemente non è disposta a rendere la felicità altrui la propria causa politica.

A partire dal suo vissuto quotidiano, ovvero sopportare le conseguenze di non fare della felicità altrui la propria missione, comprende che la felicità può essere causa di infelicità. Questo primo principio è alla base di molto del sapere e dell’attivismo femminista, che riconosce come le istituzioni si fondino su promesse di felicità che spesso nascondono la violenza di tali istituzioni. Noi vogliamo mostrare questa violenza: la violenza dell’esaltazione della famiglia, della coppia, della riproduzione come base per una buona vita; la violenza riprodotta dalle organizzazioni che considerano le riflessioni sulla violenza una forma di slealtà. Smascheriamo il mito della felicità creato dal neoliberismo e dal capitalismo globale, ovvero l’illusione che un sistema creato per pochi privilegiati, miri alla felicità di ogni persona. Svelare i miti della felicità significa essere pronte a diventare guastafeste.

SECONDO PRINCIPIO: SONO PRONTA A CAUSARE INFELICITÀ

Non fare della felicità la propria causa può generare infelicità. Una guastafeste è pronta a causare infelicità.

La fervente guastafeste ha sperimentato per una vita intera cosa significhi essere causa di infelicità, e per questo sa anche che quando si è causa di infelicità, in virtù dei propri desideri o di un mondo che non si è disposte a riconoscere come il proprio, l’infelicità viene riconosciuta dalle altre persone come la propria missione. Non è così. Essere pronte a causare infelicità non fa dell’infelicità il nostro scopo, anche se impariamo a convivere con il preconcetto che l’infelicità sia la nostra causa. Quando i nostri desideri causano infelicità, spesso si presume che vogliamo causare infelicità. Potreste essere giudicate come quelle che desiderano l’infelicità che causano, che è un altro modo per trasformarvi in una causa di infelicità.

Una guastafeste è pronta a convivere con le conseguenze di quello che desidera, e perciò è disposta a essere causa dell’altrui infelicità. Questo non significa che non le dispiaccia che altre persone siano tristi per lei (perché pensano che la sua vita sia triste), né che non provi alcuna forma di empatia per le persone che sono infelici a causa sua. Semplicemente non si lascerà fuorviare da quella infelicità; è pronta a sbagliare direzione.

Siamo disposte a causare l’infelicità di chi? Di chiunque: questa è l’unica risposta possibile. Ma qui entra in gioco un “se”. Siamo disposte a causare l’infelicità delle istituzioni se le istituzioni sono infelici perché denunciamo le molestie sessuali. Siamo disposte a causare l’infelicità delle femministe se le femministe sono infelici perché parliamo di razzismo. Il che significa che siamo infelici a causa di questi se, di ciò che produce infelicità. Rivelare le cause dell’infelicità può creare infelicità.

Siamo disposte a causare infelicità a causa di ciò che abbiamo imparato su di essa, per via di ciò di cui siamo state accusate. Ecco che un “io” si manifesta, e la guastafeste sa cosa succede quando tira fuori un problema. Quando ho parlato pubblicamente di molestie sessuali nella mia università, sono stata descritta da alcune persone come una guastafeste priva di ironia (anche se forse un po’ di ironia c’era, dato che mi ero già dichiarata una guastafeste). Quello che è importante sottolineare, però, è che tra coloro che mi avevano etichettata così c’erano delle femministe. Una collega femminista sostenne che, parlandone pubblicamente, stavo pregiudicando l’ambiente “felice e stimolante” che le “femministe di lunga data” avevano creato con fatica. Ho dedotto di non far parte di questo gruppo a causa della mia posizione. E sì, persino parlare pubblicamente di molestie sessuali può causare infelicità alle femministe. Se è così, non sono disposta a fare della felicità femminista la mia causa.

Abbiamo imparato a capire qual è la posta in gioco di queste accuse, che implicano che il femminismo sia una bolla all’interno delle istituzioni. Ma una bolla femminista può funzionare anche come modalità identitaria, e per proteggere questa bolla ti ritrovi a doverla difendere dall’esposizione alla violenza delle istituzioni, una violenza che si verifica sempre da un’altra parte (in un altro luogo, in un altro dipartimento). Proteggere la bolla femminista finisce per diventare uno degli strumenti con cui si proteggono le istituzioni, perché non vuoi svelare ad altre persone la violenza che ha luogo al loro interno. Finisci per preferire che la violenza si risolva “in casa”, in famiglia, anche se quest’ultima ha fallito nel demolire la casa del padrone. È forse per questo che anche tra alcune femministe la violenza delle istituzioni passa sotto silenzio? Se il femminismo è una bolla, noi dobbiamo farla scoppiare.

Quando voltiamo le spalle a ciò che compromette la nostra felicità, ci sottraiamo a quel lavoro che deve essere fatto per rendere possibile un mondo più giusto e equo. Ma il principio di essere disposte a causare infelicità non può essere portato avanti solo se si riferisce all’infelicità altrui. È possibile che non notiamo alcune situazioni perché farlo ci renderebbe infelici. E forse è per questo che compare la guastafeste, perché vogliamo disperatamente ignorare ciò che lei nota. Forse è per questo che la guastafeste si manifesta anche a chi si dichiara guastafeste: anche la nostra felicità può dipendere da ciò che non notiamo. Forse preserviamo la nostra felicità grazie a un oblio volontario. Dobbiamo rifiutare questo oblio: se riconoscere qualcosa ci rende infelici, abbiamo il dovere di riconoscerlo. Siamo disposte a essere causa della nostra stessa infelicità, ma questo non fa dell’infelicità la nostra causa.

TERZO PRINCIPIO: SONO PRONTA A SOSTENERE CHIUNQUE SIA PRONTA A CAUSARE INFELICITÀ

Una guastafeste potrebbe riconoscersi in una condizione di solitudine: sentirsi tagliata fuori dalle altre persone, che si affannano intorno alla felicità. Lo sa, perché è già stata lì: non sedersi al tavolo della felicità può significare ritrovarsi in una zona d’ombra, sole con se stesse. Può darsi che molte si trovino a vestire i panni della guastafeste per poi abbandonarli subito, poiché ritenuti troppo scomodi; non sentirsi circondate dal calore delle altre persone, dai mormorii tranquilli che accompagnano un’intesa. I costi di essere una guastafeste sono alti; lei stessa è un prezzo (non essere d’accordo con qualcuno significa rovinare l’atmosfera).

Come si fa a resistere? Come ho suggerito nel mio kit di sopravvivenza, spesso ci riusciamo in compagnia di altre guastafeste; possiamo accogliere questo nome, quando riconosciamo le dinamiche che implica; riconosciamo queste dinamiche quando qualcuno ce le fa notare. Riconosciamo le altre perché anche loro riconoscono queste dinamiche.

Questi momenti di riconoscimento reciproco sono molto preziosi, ma anche precari. Ogni momento porta con sé un ricordo, e riusciamo a tenere duro grazie al supporto delle altre. Possiamo però anche trovarci, purtroppo, senza alcun supporto; meno ci sentiamo sostenute, più abbiamo bisogno di supporto. Fare della guastafeste un manifesto, significa essere pronte a dare alle altre il supporto che si è ricevuto o che avremmo voluto ricevere. Magari durante una conversazione, a casa o al lavoro, una persona tra le tante parla apertamente. Non lasciarla parlare da sola. Sostienila; parla con lei. Stai al suo fianco, stalle vicina. Questi momenti espliciti di solidarietà sono estremamente rivelatori. Diventiamo il sistema di supporto che sostiene la guastafeste; le diamo modo di fare ciò sa fare, di essere ciò che vuole essere. Non dobbiamo credere che rimanga per sempre, trasformando la sua immagine in una personalità: dobbiamo essere consapevoli che quando si manifesta potrebbe aver bisogno di sostegno.

Audre Lorde ha scritto: “Il tuo silenzio non ti proteggerà.”. Ma il tuo silenzio può proteggere gli altri, e con “gli altri” intendo i violenti, e chiunque tragga vantaggio dal silenzio che circonda la violenza. La guastafeste è una testimonianza. Prende vita e diventa una modalità di contenere i danni, perché ha il coraggio di nominarli. Col tempo, il tempo di essere femminista, possiamo chiamarlo il tempo femminista, ho imparato a comprendere, conoscere e percepire il costo del dire la mia opinione. Ho anche capito, conosciuto e percepito perché molte persone non hanno il coraggio di dire la loro. C’è molto da perdere, persino la vita. Molte ingiustizie vengono perpetuate attraverso il silenzio, e non perché le persone non le riconoscano, al contrario: sanno quali siano le conseguenze di riconoscere l’ingiustizia, conseguenze con le quali non sono disposte a convivere. Potrebbe essere la paura di perdere il lavoro, sapendo di averne bisogno per provvedere a coloro che si amano; oppure perdere dei rapporti significativi, paura di essere fraintesa o di peggiorare le cose. Affermare che la femminista guastafeste è un manifesto, non significa essere obbligate ad esprimere la propria opinione. Non occupiamo tutte la stessa posizione, e non tutte possiamo permetterci di dire la nostra. Per rovinare l’atmosfera è necessario un sistema di comunicazione: dobbiamo trovare nuovi modi per far emergere la violenza. Potremmo dover utilizzare tattiche di guerriglia, e da questo punto di vista possiamo attingere alla tradizione femminista: si possono scrivere i nomi dei molestatori sui libri, fare graffiti sui muri, mettere dell’inchiostro rosso nell’acqua. Esistono molti modi per realizzare un disordine femminista.

Anche se dire la propria non è possibile, è necessario. Il silenzio sulla violenza è esso stesso una forma di violenza. Ma il discorso femminista può manifestarsi in molti modi. Più la situazione si fa complicata, più diventiamo ingegnose. Facendo sentire la nostra voce, parlando con altre persone, proteggendo coloro che lo fanno; far girare la voce, dà vita a nuovi mondi. Rovinare l’atmosfera è un progetto mondiale. Creiamo mondi a partire dalle macerie, anche quando siamo noi stesse a crearle o quando i cocci siamo noi.

QUARTO PRINCIPIO: NON INTENDO RIDERE ALLE BATTUTE FATTE PER OFFENDERE

Questo principio può sembrare molto specifico, ovvero derivare dai tre princìpi precedenti e, pertanto, non degno di essere considerato un principio a sé stante. Penso però che l’umorismo sia uno strumento cruciale nella perpetuazione della disuguaglianza e dell’ingiustizia. L’immagine della femminista priva di umorismo – parte di una rappresentazione più ampia che dipinge chiunque metta in discussione un assetto sociale, oltre che politico, come incapace di divertirsi – svolge infatti un ruolo cruciale. Tale rappresentazione è, infatti, ciò che permette alla guastafeste di essere ciò che è. Si presume che affermi quel che dice, ad esempio quando smaschera il sessismo o il razzismo, poiché infelice e incapace di sopportare la gioia altrui. Una volta che le viene affibbiata l’etichetta di “guastafeste”, le altre persone tenderanno a fare un certo tipo di battute per offenderla e rendere palese il suo malumore. Non siate tentate di ridere. Se la circostanza è priva di umorismo, non c’è alcun bisogno di aggiungervene; se la situazione non è divertente, non dobbiamo prenderla alla leggera, né renderla divertente.

Spesso è attraverso l’umorismo – ad esempio con la satira o l’ironia – che le persone reiterano concetti sessisti o razzisti. L’umorismo, infatti, crea un’apparente distanza; ridendo di ciò che continuano a ripetere, perpetuano ciò di cui ridono, che diviene il bersaglio delle loro battute. Non c’è niente da ridere, ed è proprio quando non vi è motivo di ridere che la risata conta ancora di più.

Come ho sottolineato nel mio kit di sopravvivenza, l’umorismo può sfidare i fatti, portandoli in superficie. Quando si parla di umorismo si devono tenere presente alcune importanti differenze. L’umorismo femminista può provocare sollievo, laddove la risata scaturisca dal manifestarsi di strutture familiari spesso nascoste; possiamo ridere di come gli uomini facciano gruppo, sminuendo tutto quello che facciamo ‘non-da-uomini-bianchi’ a ‘politiche identitarie’; possiamo persino ridere del nostro essere le ‘ragazze immagine’ della diversità. Ridere non significa non provare dolore o frustrazione quando le istituzioni ci chiedono di prestargli i nostri volti colorati e sorridenti, affinché diventino i loro.

Questa risata non comporta la perpetuazione di ciò che offende ma, piuttosto, rappresenta il riorientarsi in direzione della nostra causa. Noi non ripetiamo, noi ci dissociamo.
La guastafeste è assimilabile al soggetto ipersensibile che si offende troppo facilmente. Questa figura viene evocata ogni volta che una critica sociale ha successo: quando, cioè, qualcosa è cessato, è stato rimosso o perso (una perdita compianta) perché le altre persone ne venivano offese, dove l’offendersi è inteso come offendersi troppo facilmente, essere deboli, fragili, impressionabili. “Fatti forza” è diventato un imperativo morale, un imperativo formulato (come la maggior parte degli imperativi morali) da coloro che pensano di possedere ciò di cui gli altri sarebbero carenti. La figura del soggetto ipersensibile può dunque tornare utile, se giocata di anticipo per prevenire la perdita o per evitarla del tutto.

Il panico morale generato da questi campanelli d’allarme spinge spesso ad evocare questa figura, solitamente quella dello studente ipersensibile che non è in sintonia con la complessità e il disagio derivante dall’apprendimento, come a dire: se permettiamo alla tua sensibilità di diventare legge, finiremo per perdere la nostra libertà. A ciò vorrei rispondere che questa libertà è stata ridotta a libertà di offendere, ovvero il modo in cui chi detiene il potere salvaguarda il proprio diritto a esprimere le proprie opinioni, indipendentemente da cosa o chi ne sia il bersaglio.

Se essere considerate ipersensibili significa non voler ascoltare storielle violente ad oltranza, o mettere in discussione i termini che consentono tale ripetizione, allora dobbiamo essere ipersensibili. Quando sei sensibile a qualcosa che ancora si verifica, allora sei chiamata ipersensibile. Siamo sensibili a ciò che non è ancora finito. Siamo sensibili perché non è ancora finita.

QUINTO PRINCIPIO: NON INTENDO IGNORARE QUANTO ANCORA NON È FINITO.

Non è finita. Lo diciamo, con insistenza, ascoltando altre persone dichiarare il contrario. Così tante dichiarazioni, tutte dello stesso tenore. L’attuale primo ministro britannico, David Cameron, ha affermato che una delle cose che hanno reso la Gran Bretagna un grande paese è che “abbiamo eliminato la schiavitù transoceanica”.[3] La Gran Bretagna viene ricordata come la nazione che ha liberato gli schiavi, non come la perpetratrice della schiavitù, un paese che ha beneficiato dell’asservimento di intere popolazioni, della colonizzazione degli altri popoli. Quando si fa riferimento al colonialismo nel libro utilizzato per i test di cittadinanza in Regno Unito, questo viene descritto come il sistema che ha introdotto la democrazia, la legge e che ha portato agli altri popoli molti benefici. Una storia violenta di conquista e saccheggio descritta come il dono della modernità. E ancora oggi, le guerre sono giustificate come doni che portano libertà, democrazia ed uguaglianza.

Se non è finita, non è il momento di soprassedere.

Una guastafeste vuole parlare di storie come queste. Il ricordo può essere ostinato. Sappiamo cosa succede quando lo facciamo. Sei accusata di essere colei che si oppone alla riconciliazione. Sei giudicata come quella che deve ancora fare ciò che le altre persone hanno già fatto: farsene una ragione, darsi una calmata, lasciar perdere. Diventi una ferita aperta perché non permetti il processo di guarigione.

Siamo disposte ad essere quelle che fanno fallire il progetto di riconciliazione. Sappiamo che il successo di quel progetto dipende dal fallimento nell’affrontare queste storie di ingiustizia, che si manifestano non solo nel trauma irrisolto di coloro che portano sui propri corpi i segni di quest’eredità, una persecuzione trans-generazionale, ma anche in una distribuzione gravemente iniqua di ricchezza e risorse.

Il mondo è fatto di memoria.

E dicono: ma guarda ciò che ti è stato dato. Uguaglianza e diversità diventano doni di cui dovremmo essere grate; diventano compensazioni. Non siamo grate a un sistema che vuole includerci, se quel sistema è basato su disuguaglianza e violenza.

SESTO PRINCIPIO: NON INTENDO ESSERE INCLUSA, SE ESSERLO SIGNIFICA FAR PARTE DI UN SISTEMA INGIUSTO, VIOLENTO ED INIQUO.

Spesso è un invito: vieni, partecipa, sii grata. Altre volte non abbiamo scelta: siamo lavoratrici, lavoriamo, ci arrangiamo. Dobbiamo sopravvivere e perfino essere promosse all’interno di un’istituzione. Ma anche per quelle di noi che vengono incluse, anche quando ne traiamo benefici (stipendi, pensioni), quell’inclusione non è voluta: sappiamo che l’inclusione pretende la nostra fedeltà all’istituzione, l’identificarsi con essa. Vogliamo esporre la violenza del sistema, scioperare, manifestare. Vogliamo parlare della brutalità, a costo di essere identificate come ribelli.

Qui sorge una difficoltà. Perché sicuramente se sei impiegata in un’organizzazione, se benefici di questo impiego, potrebbero dirti che mantenere un atteggiamento da guastafeste è una forma di disonestà politica: trai benefici dalle istituzioni che critichi.

Dobbiamo partire dalla nostra stessa complicità. Essere complici non deve significare diventare parte della stessa logica riproduttiva, ovvero che tutto ciò che possiamo fare è riprodurre le logiche delle istituzioni che ci danno lavoro. Di fatto coloro che beneficiano di un sistema ingiusto devono lavorare ancora più duramente per smascherare quell’ingiustizia. Quelle guastafeste che hanno un impiego regolare – chiamiamoci guastafeste professioniste; alcune di noi potrebbero addirittura essere professoresse guastafeste – quando professano guastano feste; non è possibile superare questa difficoltà, se non partendo da essa. Dobbiamo sfruttare i benefici che riceviamo per supportare coloro che non ne ricevono, incluse le persone che, all’interno delle nostre stesse istituzioni, non hanno le nostre stesse sicurezze – quelle che ci danno l’opportunità di smascherare le insicurezze. Nel contesto dell’istruzione superiore questo significa essere solidali con chi studia e lotta per il diritto all’educazione, con il personale docente privo di contratto o con contratti a termine, col personale addetto alla manutenzione degli edifici in cui lavoriamo e dei servizi dei quali beneficiamo: addette alle pulizie, personale di sicurezza, custodi.

Ho cercato di mostrare come il rovinare l’atmosfera e l’ostinatezza riguardino anche le politiche del lavoro: la forza lavoro è fondamentale, il che significa che alcune persone si occupano del lavoro necessario a riprodurre le condizioni che permettono l’esistenza di altre. Quando la nostra esistenza professionale è resa possibile dal lavoro di altre persone, dobbiamo riconoscere quel lavoro attraverso la nostra esistenza. Dobbiamo far emergere l’ingiustizia di come le istituzioni supportino alcune persone, trascurandone altre. E dobbiamo supportare coloro che contestano le condizioni inique in cui lavorano. Ostinatezza è scioperare.

Dobbiamo continuare a denunciare la violenza delle istituzioni che ci hanno incluso, specialmente quando la nostra stessa inclusione avviene sotto il segno della diversità e della disuguaglianza, specialmente quando i nostri corpi e i prodotti della nostra fatica sono usati dalle istituzioni come prova di inclusione. Abbattiamo i muri. Per questo dobbiamo parlare dei muri; dobbiamo mostrare come la storia diventi un macigno. Non siamo disposte a permettere che la nostra inclusione sostenga una felicità fittizia.

Ad un certo punto, se la nostra inclusione implica troppi sacrifici, possiamo decidere di andarcene, anche se non siamo tutte nella posizione di lasciare.

Un manifesto guastafeste esige il rifiuto continuo e ostinato di identificare le nostre speranze con l’inclusione all’interno di organizzazioni violente. Non sono grata di far parte di un’istituzione iniqua. Non sono grata di far parte di un’istituzione in cui parlare di sessismo e razzismo è considerato ingrato. Esiste una lunga tradizione di femministe ingrate da imitare. Femministe ingrate: scontrose, lagne.

Scontrose unite in un grumo femminista. Un sottoproletariato femminista con una coscienza femminista.

SETTIMO PRINCIPIO: SONO PRONTA A VIVERE UNA VITA CONSIDERATA INFELICE DALLE ALTRE PERSONE, E A RIFIUTARE O AMPLIARE LE POSSIBILITÀ CHE DEFINISCONO UNA BUONA VITA.

Ho già sottolineato che la felicità implica la riduzione dei modi possibili di vivere la propria vita.  Possiamo rigettare quei modi, tradirli, se ci rifiutiamo di farci mettere dei limiti. Viviamo vite che le altre persone considerano infelici, che non raggiungono gli obbiettivi più importanti del rituale collettivo.

Due donne vivono insieme, rifiutano di avere un’unione civile, rifiutano di sposarsi; questo è il nostro modo di agire il rifiuto dell’etero-patriarcato. Mettere in atto un rifiuto è un’azione che compiamo con altre.

Possiamo persino incarnare la famiglia alternativa, o un’alternativa alla famiglia tradizionale. Io sono molto contenta di essere la zia femminista e lesbica. Sono convinta che da ragazza mi sarebbe piaciuto tanto avere delle zie femministe e lesbiche, anche se certamente ho avuto delle zie femministe alle quali devo molto.

Dobbiamo raccontare le nostre storie alle bambine e ai bambini, a coloro che verranno; generazioni differenti hanno bisogno di raccontarsi l’un l’altra storie che parlano di altre vite, quelle sbiadite che si leggono appena. Dobbiamo raccontarci l’un l’altra storie sui tanti modi di vivere, sui tanti modi di essere; che non siano fondate su come avvicinarti alla vita che altre persone presumono o si aspettano tu debba avere, ma sui vagabondaggi queer della vita che vivi.

Personalmente, avrei voluto conoscere altri modi di vivere, di essere. Ad esempio, che le donne non devono per forza avere una relazione con uomini. Certo, ho lottato per far sì che questo accadesse: sono diventata femminista; ho scoperto gli Studi sulle Donne; ho incontrato donne che mi hanno insegnato cosa non dovevo fare; ho incontrato donne che mi hanno aiutata a deviare dalle aspettative.

Queer: il momento in cui realizzi quello che non dovevi essere.

Possiamo diventare infinite possibilità quando ci rifiutiamo di essere limitate. Ogni volta che rifiutiamo o ampliamo le possibilità di essere felici, diventiamo parte dell’infinito possibile. Dobbiamo fare spazio, se vogliamo vivere una vita femminista. Quando creiamo spazio, lo facciamo anche per le altre.

OTTAVO PRINCIPIO: SONO PRONTA A RIPORTARE LA CASUALITÀ NELLA FELICITÀ

Ho già spiegato in precedenza come la parola happiness, felicità, derivi dall’Inglese Medio hap, che significa accadimento. Uno dei miti sulla felicità racconta la scomparsa dell’elemento imprevisto, ovvero che la felicità non è più quello che potrebbe capitarti, ma quello che ti impegni ad ottenere. Nel mio libro The Promise of Happiness, ho riflettuto su come la felicità finisca per essere ridefinita in opposizione alla casualità, specialmente nell’ambito della psicologia dei flussi e della psicologia positiva: non è qualcosa che semplicemente accade. Gli angusti limiti della felicità raccontano proprio la violenza con cui il caso è stato eliminato. Dobbiamo riconoscere l’eliminazione dell’imprevisto, prima di poterlo ripristinare. Non possiamo utilizzarlo con leggerezza, convinte che possa farci uscire da questa situazione. Dobbiamo riconoscere il peso del mondo, l’oppressione della felicità, considerare quanto siamo oppresse dall’aspettativa della nostra miseria. Inciampiamo. Quando inciampiamo mentre siamo allineate, percepiamo noi stesse come un ostacolo alla nostra stessa felicità; ci consideriamo d’intralcio a noi stesse.

Possiamo permetterci di esserci d’intralcio? Possiamo desiderare di rovinare quello che stiamo facendo? Inciampo; magari inciampando ti ho incontrato, magari inciampando, inciampo nella felicità, una felicità dettata dal caso; una felicità che è fragile come i corpi che amiamo e di cui ci prendiamo cura. Questa felicità è importante proprio per la sua fragilità: va e viene, esattamente come noi. Sono pronta a lasciar andare la felicità; a permettere che siano la rabbia, la collera e il disappunto verso questo mondo ad influenzarmi. Ma quando la felicità si manifesta, allora sono felice.

Una felicità fragile è maggiormente in sintonia con la fragilità delle cose. Possiamo prenderci cura delle cose che si rompono, di quelle rotte. Prendersi cura di queste cose, non significa preoccuparsi della loro felicità. Preoccuparsi della felicità troppo spesso significa preoccuparsi del prossimo a condizione che quest’ultimo rispecchi la tua idea di come la vita andrebbe vissuta. Forse possiamo pensare al prendersi cura di qualcosa in relazione a quanto accade. Spesso, quando rompiamo qualcosa, siamo considerate noncuranti. Cosa significa prendersi cura di qualcosa, a prescindere che questa si possa rompere o meno? Possiamo magari riorientare il concetto di cura, da prendersi cura della felicità altrui a preoccuparsi di ciò che succede a quella persona: preoccuparsi di quello che accade, qualsiasi cosa sia. Potremmo chiamare questo comportamento la “cura dell’imprevisto”, piuttosto che la cura della felicità. La cura dell’imprevisto, non significa lasciar andare qualcosa, ma anzi, tenersela stretta lasciandosi andare, abbandonandosi a ciò che non ci appartiene. La cura dell’imprevisto non intende eliminare l’ansia che la cura genera, ma vuol dire curarsene come fosse propria. Preoccuparsi genera ansia – essere piene di cure, essere premurose significa prendersi cura delle cose diventando ansiose riguardo al loro futuro, rappresentato dalla fragilità di un oggetto che invece vogliamo che si conservi. La nostra cura raccoglie i cocci di una tazza rotta. La nostra cura non trasforma le cose in ricordi, ma ne valorizza ogni frammento; la distruzione come inizio di una nuova storia. Ma non abbracciamo per questo la nozione liberale per cui ogni cosa è ugualmente fragile, e dobbiamo prenderci cura di ogni cosa allo stesso modo. Non è così, e non lo farò. Alcune cose, col tempo, diventano più fragili di altre. Noi prestiamo attenzione a tutto questo. Prestiamo attenzione alla trasformazione di un oggetto in qualcosa di più fragile, ovvero assistiamo alla sua storia con amore e premura.

NONO PRINCIPIO: SONO PRONTA A ROMPERE QUALSIASI LEGAME, ANCHE PREZIOSO, SE DANNEGGIA ME O ALTRE PERSONE

Molte volte, quando un legame si spezza, mi sento dire quanto questo sia triste. I legami, però, possono essere violenti. I legami possono sminuire. Alle volte non siamo pronte a riconoscere quando veniamo sminuite. Semplicemente, non siamo pronte. Per rompere un legame del genere, può essere necessario un lavoro psicologico e politico. Quando succede, quando rompi questo legame, puoi percepirlo come un momento inaspettato che interrompe una direzione che si era dispiegata nel corso del tempo; una deviazione, una partenza. Lo stesso momento, però, può anche essere un traguardo, qualcosa per cui hai lavorato molto. Puoi voler rompere quel legame. Puoi aver bisogno di essere pronta a farlo. E puoi aver bisogno di riconoscere che anche le altre persone devono sforzarsi, per arrivare al punto di poter lasciar andare qualcosa. Condividi il tuo percorso. Dobbiamo condividere il prezzo di ciò che lasciamo andare. Quando, però, molliamo la presa, non stiamo solo perdendo qualcosa, anche se in realtà è quello che stiamo facendo. Scopriamo delle cose. Scopriamo delle cose che prima non sapevamo – su di noi, sul mondo. La vita femminista è un viaggio, una tensione verso qualcosa che potrebbe non verificarsi senza una rottura, senza l’incoraggiamento mordace delle altre. Allo stesso tempo, una vita femminista è anche un viaggio all’indietro, per recuperare parti di noi stesse che non sapevamo di avere, che non sapevamo nemmeno di aver accantonato.

Possiamo sostenerci a vicenda, non mettendoci reciprocamente da parte .

DECIMO PRINCIPIO: SONO PRONTA A PARTECIPARE A UN MOVIMENTO GUASTAFESTE

Che tu stia facendo la difficile o no, vieni percepita come colei che rende le cose difficili a sé stessa e alle altre persone. Di fronte a tante difficoltà si potrebbe pensare che le femministe guastafeste finiscano per arrendersi. Eppure, quando ho iniziato a presentare e a parlare della femminista guastafeste, quando per la prima volta ho iniziato a lavorare con lei e su di lei, quando le ho fatto spazio, ho notato quanta energia emanava questa presenza. A volte bastava parlare di lei, lasciarla entrare nella stanza a fare la sua magia per sentire come una scossa elettrica. E si è ritrovata velocemente in compagnia di altre guastafeste: guastafeste transfemministe (Cowan 2014), guastafeste appartenenti a una minoranza etnica (Khorana 2013), guastafeste storpie (Mullow 2013), guastafeste femministe indigene (Barker 2015). Ne verranno fuori tante altre, ne sono sicura. Perché? Perché la figura della guastafeste compare ogni volta che ci sono storie difficili da raccontare. La guastafeste suscita interesse non malgrado ciò che racconta ma esattamente per ciò che racconta. Acquisisce vitalità ed energia da ogni momento di difficoltà. Essere pronta a essere una guastafeste, essere pronta a intralciare la felicità, vuol dire afferrare un giudizio e affrontarlo.

Trasformiamo anche il giudizio in un’esortazione alla ribellione.

Guastafeste?

State a vedere.

Fatevi sotto.

Scovarla può essere una bella scoperta. Trovare altre guastafeste può essere una festa; rovinare l’atmosfera può essere una festa.

I nostri sguardi si incontrano quando ci raccontiamo del nostro essere bastian contrarie.

Anche tu, anche tu.

Un movimento fragile.

Mordace.

Così tanti momenti sono condensati nell’equazione “alza gli occhi al cielo = pedagogia femminista”. Noi vogliamo quei momenti. Momenti che possono diventare un movimento. Momenti che possono costruire un movimento, un movimento dalla consistenza più leggera. Questo non è un rifugio sicuro. Veniamo spezzate troppo spesso; ma guardate come le pareti continuano a tremare.

Siamo pronte a partecipare a un movimento di guastafeste. Noi siamo quel movimento.

Guardateci avanzare.

NOTE

[1] Il termine originale utilizzato da Ahmed è killjoy, in cui il verbo to kill (in questo caso dal significato figurato di soffocare, distruggere) è accostato a joy (felicità, gioia o divertimento), per indicare qualcuno che rovina l’atmosfera. In italiano ci è parso corretto tradurre con il termine guastafeste, anche se si perde la forza del verbo to kill nel significato di uccidere, e dunque i giochi di parole successivi che prendono le mosse proprio a partire dal significato letterale del verbo to kill.

[2] Scum significa letteralmente “feccia”. Il titolo è stato tradotto come acronimo di Society for Cutting Up men, ma Valerie Solanas rigettò con forza questa interpretazione. Manifesto Scum è stato ripubblicato nel 2017 da Vanda Edizioni, tradotto e curato da Stefania Arcara e Deborah Ardilli.

[3] David Cameron, primo ministro britannico tra il 2010 e il 2016, durante una visita in Giamaica nel 2015 ha dichiarato che “il ruolo della Gran Bretagna nel rimuovere la schiavitù dalla faccia del pianeta deve essere ricordato”. https://www.bbc.com/news/uk-34401412

Un pensiero su “MANIFESTO GUASTAFESTE

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