Abbracciare la Bruttezza: per una politica oltre la desiderabilità

di Mia Mingus.

* Discorso di apertura al Femmes Of Color Symposium, Oakland, CA (21/08/11), in originale qui.

Buon pomeriggio, grazie di avermi invitata. È bello essere qui insieme a voi tutte. Desidero ringraziare le organizzatrici per avermi chiesto di partecipare, e per il duro lavoro necessario per realizzare questo incontro. Voglio dire grazie a TUTTE le persone che ci hanno reso possibile essere qui, incluse quelle che hanno costruito questo edificio, coloro che lo puliscono e se ne prendono cura quotidianamente; persone violentemente sfruttate in questo paese e in tutto il mondo, derubate delle loro risorse e del loro lavoro, che ci consentono di essere qui, in questo hotel climatizzato, con acqua pulita e cibo a disposizione, comodamente sedute e protette, in linea di massima, da attacchi militari o dalla polizia.

Voglio includere e onorare le comunità native e le popolazioni indigene sulle cui terre ci troviamo attualmente, perché la loro colonizzazione e genocidio ci hanno permesso di essere qui oggi. Anche questo è un nostro compito, intimamente connesso con l’essere femme. Vorrei invitare in questa stanza molte altre compagne, che si impegnano insieme a me per la comunità, la rivoluzione e la liberazione. In particolare, donne disabili, persone di genere non conforme e transessuali di colore. Mi dedico alla politica con – e per – loro, così come per le generazioni a venire. Mi dedico alla politica perché è ciò che vorrei aver incontrato quando stavo crescendo, e scoprendo la mia coscienza politica.

Vorrei che fossero tutte presenti in questa stanza perché desidero, con tutte le mie forze, resistere, sfidare e cambiare il culto della celebrità nei nostri movimenti. Non posso, e non voglio, dedicarmi a questo compito da sola. Perché si regge sulle spalle delle persone povere, queer, delle donne di colore, delle persone disabili e di molte altre prima di me. La possibilità odierna di essere qui e poter parlare dell’essere femme in quanto queer di colore e disabile, è valsa un caro prezzo. Ci è voluto tanto per permetterci di arrivare al punto in cui genere e femme siano considerati degni soggetti politici di cui parlare. In particolare, si sono resi necessari gli sforzi di tante donne di colore che hanno lottato a lungo e duramente per reclamare il proprio posto, ed essere considerate come donne, oltre l’assordante suono statico della donnità bianca; hanno combattuto per connettere il genere e la razza e ci hanno lasciato un’eredità unica fatta di lavoro, poesia e storia da cui imparare. Ci sono volute così tante donne disabili di colore per renderci visibili alle altre donne di colore,  e perché il nostro corpo fosse considerato degno d’attenzione, rifiutandosi di lasciare che “disabile” sia una parola in opposizione a “donna”. Donne che si sono rifiutate di lasciare che le femme normoabili dettino la definizione di femme, esigendo una presa di responsabilità di fronte alle idee abiliste relative a genere, bellezza, sessualità e desiderio che dovrebbero rappresentare “tutte noi”. Grazie.

È importante sottolineare che parto dalla mia esperienza vissuta, nulla di più. Non posso e non voglio parlare per tutte le persone disabili, adottate o queer. Non posso e non voglio parlare per tutte le donne disabili e queer di colore, o tutte le persone queer di colore. Non voglio parlare a nome di tutto il movimento per la giustizia disabile, o di qualsiasi altro movimento. Il movimento per la disabilità, come tutti i movimenti, è ampio e variegato e non potrei mai parlare per o rappresentarlo interamente. Faccio politica al servizio della comunità. Racconto la mia storia, nella consapevolezza che le nostre storie sono strumenti per la liberazione. Parlo, sapendo che tutte le voci sono importanti. Parlo per lasciare tracce per le persone come me, che hanno bisogno di rispecchiarsi e riconoscersi e di affermare che “sì, esistiamo”. Parlo per le persone a cui è stato detto che la disabilità non è importante quanto la razza, o che la giustizia di genere dovrà aspettare, fino all’avvento della dissoluzione delle classi sociali. Persone a cui è stato detto che ciò che provi è meno importante di ciò che pensi; coloro che non hanno il lusso di essere in grado di snocciolare 10, anche 5, scrittori o libri che riflettono le loro identità o esperienze. Quelle di noi che si trovano all’intersezione di varie comunità oppresse. Che si impegnano affinché finisca la violenza che ci colpisce indiscriminatamente, non individualmente. Quelle di noi che credono davvero che nessuna debba sentirsi vulnerabile, anche quando ci sentiamo insicure.

Mi piacerebbe dare l’avvio a questo tempo che passeremo insieme prendendoci un momento per respirare, ed essere consapevoli del compito che ci apprestiamo ad affrontare, e di ciò che stiamo facendo. Vorrei ricordare i nostri corpi e onorarli, e allo stesso tempo onorare il compito politico di quelle di noi che vivono l’esperienza incarnata di donne di colore in lotta per porre fine alla violenza e all’oppressione, affinché tutte noi possiamo splendere, non solo alcune di noi. Non è un compito facile e penso che sia importante riconoscere il prezzo che paghiamo con i nostri corpi, cuori, menti e spiriti giorno dopo giorno.

Molte di noi presenti oggi sono sopravvissute a svariate forme di violenza; molte di noi hanno assistito a violenze, e molte di noi sono state violente, hanno danneggiato, colluso nella violenza, volenti o nolenti; e, tutte, siamo state influenzate da una cultura di violenza implacabile, specialmente verso le donne, le persone di genere non conforme e le persone trans di colore, che si identifichino o meno come donne. Portiamo ogni giorno con noi un’eredità di abusi, traumi e violenze: nel nostro lavoro, nelle nostre relazioni, in questa stessa stanza. Le nostre storie su genere, razza, classe, abilità, corpi non conformi, immigrazione e famiglia ce le portiamo nella carne, nel respiro e nello spirito. Ma portiamo con noi anche storie di resistenza, sopravvivenza e amore che ci consentono di resistere di fronte al silenzio e all’invisibilizzazione: li abbiamo portati anche in questa stanza e sono con noi tutto il tempo. Retaggi di resilienza profondi e forti, di cui siamo parte. E in tutta la nostra politica abbiamo la responsabilità di crescere e coltivare la resilienza, così come resistiamo di fronte agli attuali sistemi oppressivi.

Non dobbiamo solo combattere contro il mondo per come è oggi, ma dobbiamo crearne uno ispirato ai nostri desideri più profondi: per noi stesse, le nostre famiglie (comunque siano fatte, incluse le famiglie d’elezione) e le nostre comunità. È da qui che vorrei partire ogni volta. Dal mondo che vogliamo, che desideriamo collettivamente. È importante sottolineare che oggi parlo in quanto donna queer, disabile, coreana, adottata transrazziale e transnazionale,  cresciuta in territorio americano nei Caraibi. Nessuno di questi posizionamenti è più o meno importante. Questi non rappresentano per me solo termini descrittivi; sono identità politiche, basate sulle esperienze vissute da me e da altre persone, e le intendo tutte come modi potenti di attraversare e comprendere il mondo. Ciò che ho imparato vivendo nel sud del mondo mi ha aiutato a sopravvivere in quanto persona queer; e quello che ho imparato dall’essere adottata mi ha aiutato a sopravvivere come disabile. Per me, essere femme significa includere la critica ad abilismo, supremazia bianca, eterosessismo, dualismo di genere, sfruttamento economico, violenza sessuale, controllo della popolazione, supremazia maschile, guerra, militarizzazione e appropriazione di bambin* e terre.

L’abilismo deve essere incluso nella nostra analisi dell’oppressione e nelle nostre discussioni sulla violenza, come rispondervi e come eliminarla. L’abilismo attraversa tutti i nostri movimenti perché regola il funzionamento dei corpi in relazione ad una norma mitica, uno standard normo-abile di supremazia bianca, eterosessismo, sessismo, sfruttamento economico, credenze morali e religiose, età e abilità. L’abilismo è il substrato che ha legittimato l’internamento delle persone queer come disabili mentali, che le comunità di colore siano considerate meno capaci, intelligenti e sveglie, quindi “naturalmente” adatte al lavoro schiavista; che i corpi delle donne siano stati usati per produrre bambini, quando, dove e come servivano agli uomini; che le persone con disabilità siano considerate “sacrificabili” da una cultura capitalista e sfruttatrice, perché non siamo “produttive”; che le persone migranti siano considerate una “malattia” da “curare” perché “indebolisce” il nostro Paese; che ha consentito l’uso di violenza, cicli di povertà, mancanza di risorse e guerra come strumenti sistematicamente volti alla costruzione della disabilità nelle comunità e in interi paesi.

Mi piacerebbe condividere con voi due citazioni, che oggi trovo particolarmente pertinenti:

“Quelle di noi che esistono fuori dalla ristretta definizione di donne rispettabili di questa società; quelle di noi che si sono forgiate nei crogioli della differenza – quelle di noi che sono povere, lesbiche, nere, più vecchie – sanno che la sopravvivenza non è un’abilità accademica. Significa imparare a stare da sola, impopolare e talvolta insultata, e fare causa comune con chi sta ai margini per immaginare e cercare un mondo in cui tutte possiamo prosperare. Significa imparare come rendere le nostre differenze punti di forza. “- Audre Lorde

“Dire la verità è scoprirsi bella, cominciare ad amarsi ed apprezzarsi. E questo è politico, nel senso più profondo. “- June Jordan

Desidero affermare, prima di tutto, che non mi identifico come femme. Ho lottato con questa identificazione in quanto femme. Non mi identifico politicamente come “Femme”, anche se, per molti versi, vivo l’esperienza vissuta di essere una femme di colore. E, a dirla tutta, la causa del mio rifiuto sta nelle orribili interazioni avute con donne di colore che si identificavano come femme, che mostravano un atteggiamento abilista e ignorante delle modalità in cui l’abilismo, la supremazia bianca e l’oppressione di genere vengono sfruttate ogni giorno al servizio l’una dell’altra. La palpabile cultura abilista all’interno della comunità queer di colore ne è stata la causa. E in parte è stato perché ho trascorso gran parte della mia vita da bambina, giovane e adulta disabile e di colore adottata, che cerca la propria strada come “umana” – per non dire “donna”. Bambina disabile trascinata attraverso il complesso medico industriale e bambina di colore spedita attraverso il mondo verso i propri “nuovi genitori”, mi sono sentita più simile a un’altra specie, un mostro, un oggetto da riparare / salvare, una merce. Mi sentivo una proprietà, con un corpo che non ho mai sentito “mio”. Qualcosa che stavano cercando di rendere umano (leggi: abile, bianco), se solo gli interventi chirurgici e i tutori avessero funzionato. Qualcosa che non potrebbe mai essere minimamente “desiderabile” o “femminile” o “donna” o “queer”. Qualcosa di brutto. Non umano.

Molte persone presumono che mi identifichi come femme e mi chiamano persino così, ma la verità è che “femme” non è un termine al quale abbia mai sentito di appartenere, né un posizionamento particolarmente desiderato. Raramente vedo femme impegnate a sfidare e trasformare le idee radicate sul genere, piuttosto colludono ad un rinforzo alternativo del genere. Molte delle persone in questa stanza si sforzano più di essere belle e sexy, invece di favolose. Anche di fronte a richieste davvero insignificanti – come quella che ho fatto a un’amica femme di colore, di indossare in solidarietà con me scarpe da ginnastica invece dei tacchi alti, perché non volevo essere l’unica e non volevo essere rimproverata da altre femme di colore per le mie scarpe (come spesso è successo). Si è rifiutata, ma lei (ovviamente) “pensava che non ci fosse nulla di male nelle scarpe da ginnastica”.

Sembra banale doverlo ripetere nelle nostre comunità, ma penso che dobbiamo smettere di fare illazioni sulle rispettive identità e fare distinzioni tra il modo in cui qualcuno si identifica e l’esperienza vissuta da quella persona. Dobbiamo distinguere tra femme da un punto di vista estetico e femme in senso politico.

Nella mia politica per la giustizia disabile, questo aspetto è molto importante. Soprattutto per le donne disabili di colore. Spesso incontro donne disabili di colore che non si identificano come disabili anche se vivono la disabilità sulla propria pelle, per molte complicate ragioni che ruotano attorno alle idee di razza, abilità, genere, accessibilità, ecc. Può essere molto pericoloso identificarsi come disabili quando la propria sopravvivenza dipende dalla negazione di questo aspetto.

Quando dico “disabile in senso oggettivo”, intendo qualcuno che vive l’esperienza della disabilità. Queste persone possono non parlare di abilismo, discriminazione o addirittura evitare di definirsi “disabili”, ma sanno cosa si prova ad usare una sedia a rotelle, provare dolore cronico, vedere persone che ti fissano, essere istituzionalizzate, camminare con un bastone, essere isolate, e così via. Esistono molte persone che sono disabili in senso oggettivo che non diventano o non si identificano mai come “disabili politiche”. Quando dico “disabile politica”, intendo una persona che è disabile in senso oggettivo e ha una comprensione politica di quell’esperienza vissuta. Chi analizza abilismo, potere, privilegio, chi si sente connesso e solidale con altre persone disabili (indipendentemente dalla lingua utilizzata). Chi pensa alla disabilità come un’identità/esperienza politica, radicata nella propria esperienza di vita vissuta. (Lo stesso vale per oggettivamente queer, donna di colore, adottata e così via).

E, a dirla tutta, credo che per identificarsi politicamente come queer, disabile, femme, donna di colore, sia necessario avere un’esperienza oggettiva vissuta dalla quale partire. Le mie identità politiche derivano direttamente dalla mia esperienza di vita. Non mi identificavo mai come disabile (stop), anche quando la mia vita era estremamente disabilitata. Fino al 1998 non mi sono mai definita disabile – e anche allora, era solo in senso descrittivo. Solo nel 2002 ho iniziato a identificarmi politicamente come disabile.

La politica per la giustizia disabile lotta per la creazione di spazi basati su come ci si identifica, perché spesso le persone disabili che si identificano come “disabili politici” sono per lo più bianche. In quanto persone che incarnano più identità oppresse e che fanno politica con le persone nostre pari ai margini dei margini, dobbiamo riflettere con attenzione sul modo in cui invitiamo le persone negli spazi e su come andiamo incontro alle esigenze delle persone.

Sono oggettivamente una femme di colore. Lo so. Questa è sempre stata la mia esperienza vissuta. Ero una femme ben prima di essere queer. Ero alle prese con le questioni di genere come ragazzina coreana adottata fuori dal mio paese, queerizzata dal mio corpo disabile. Sono cresciuta in una comunità femminista, a fianco di potenti femme di colore, ma nessuna di loro si identificava così. Non esisteva alcuna definizione, era semplicemente… la loro vita. Come dovevano diventare, per sopravvivere, forgiato tra le fiamme dei loro desideri ed amore. Era parte di come avevano imparato ad essere favolose.

Il loro genere era forza fondante per porre fine alla violenza. Il loro genere forgiava dignità dall’invisibilità capace di separare la femminilità che desiderava essere desiderabile piuttosto che  utile. Il loro genere riguardava la risposta alla domanda, “qual è la tua politica contro la violenza e la povertà”, non “quali scarpe indossi”; nutriva la famiglia e cresceva i figli collettivamente; si auto-organizzava quando nessun altr* lo avrebbe fatto. Il loro genere era una sfida per il mondo in cui vivevano e che cercava di cancellarle.

Noi femme di colore – qualsiasi sia il modo in cui ci identifichiamo – dobbiamo sforzarci di andare oltre a consumismo, abilismo, transfobia e alla costruzione di una politica di desiderabilità. Soprattutto come femme di colore. Non possiamo lasciare indietro chi è simile a noi, solo per unirci allo squadrone delle femme di colore all’interno della gigantesca parata di femme bianche.

Mentre gli effetti (generazionali) del capitalismo globale, del genocidio, della violenza, dell’oppressione e del trauma si insediano nei nostri corpi, dobbiamo costruire nuovi modi di comprendere corpi e generi, che possano riflettere le nostre storie e la nostra resilienza, non il nostro oppressore, o la nostra vergogna e l’odio introiettato. Dobbiamo passare da una politica di desiderabilità e bellezza, a una politica di bruttezza e favolosità. Questo ci avvicina a corpi e movimenti di rottura che decostruiscono e disturbano. Corpi e movimenti pronti a demolire questo mondo e ricrearne uno diverso per tutte noi, non solo per alcune di noi.

La favolosità di un corpo che trema, rovescia, occupa spazio, ha bisogno di aiuto, si trascina, sgattaiola via, zoppica, sbava, dondola, si ripiega in se stesso. La favolosità di un corpo che non può scegliere quando andare in bagno, figuriamoci quale bagno usare. Un corpo che non può scegliere cosa indossare al mattino, che acconciatura sfoggiare, come muoversi o stare in piedi, o a che ora andare a letto.

La favolosità di corpi che sono stati definiti, non solo come indesiderabili e brutti, ma non umani. La favolosità di corpi che comprendono le questioni di genere in modi molto più complessi di quanto potrei spiegare in un’ora.

Andare oltre la politica della desiderabilità per amare la bruttezza. Rispettare la bruttezza per come ci ha plasmato ed esiliate. Percepire il suo potere e la sua magia, capire le ragioni per cui è temuta. Vederla per ciò che è: uno dei nostri più grandi punti di forza. Perché lo facciamo tutt*. Scappiamo tutt* dalla bruttezza. E più ce ne allontaniamo, più la stigmatizziamo e più potere diamo alla bellezza.

Le nostre comunità sono ossessionate dall’essere belle, splendide e sexy. Cosa implicherebbe se fossimo brutte? Cosa succederebbe se non fuggissimo dalla nostra stessa bruttezza o da quella degli altri? Come depotenziamo la parola “brutta?” Cosa significherebbe riconoscere la nostra bruttezza e tutto ciò che ci ha donato, in che modo ha modellato il nostro splendore e ci ha insegnato come non vogliamo mai far sentire un’altra persona? Di cosa abbiamo bisogno per essere in grado di rischiare di essere brutte, qualsiasi cosa questo significhi per noi? Cosa succederebbe se smettessimo di scusarci per la nostra bruttezza, senza più vergognarci?

E se lasciassimo andare la bellezza, smettessimo di inseguire la “graziosità”, smettessimo di restringerci e rimpicciolirci, spendendo enormi quantità di denaro e tempo in cose che non ci rendono favolose? Dov’è la bruttezza in te? Cosa sta cercando di insegnarti?

E non sto dicendo che sia facile essere brutte senza scuse. È difficilissimo. Minaccia la nostra sopravvivenza. Riconosco l’astuzia del nostro istinto ad andare verso la bellezza e la desiderabilità. Ci vuole tempo, e per alcune di noi potrebbe essere impossibile. So che è complicato. E so anche che, sebbene possa essere un modo per sopravvivere, non sarà mai un modo per prosperare, per far spazio ai generi e al mondo di cui abbiamo bisogno. E non è un obbiettivo raggiungibile da tutt*, anche da chi lo desidera.

Cosa ne facciamo dei corpi che non possono cambiare, non importa quanto li abbelliamo, né quanto lo desideriamo?

Che dire di quell* di noi che sono mostruos*, nel senso più potente della parola? La mostruosità è quel tipo di disabilità e abilismo in cui vivono i corpi deformati, sfigurati, sfregiati e fisicamente disabili in senso non normativo. Le radici di questa parola affondano nelle immagini di mostri, folletti e bestie; dai freak show dell’ottocento in cui persone fisicamente disabili, persone trans e di genere non conformi, persone indigene e di colore erano esibite tutte insieme. È in posti come questi che i concetti di “bellezza” e “mostruosità” sono stati costruiti giorno dopo giorno, che la “bianchezza” e l'”alterità” sono state impresse a fuoco nelle nostre menti. Sono l’eredità della Bruttezza, e la mia eredità di donna queer di colore. Fa parte di tutta la nostra storia come persone queer di colore. È per questo che so che non dobbiamo mai più schierarci dalla parte della folla che fissa inebetita. È la parte di me che non mostra la mia gamba. È la parte di me che sa che costruire il mio genere, il mio tutto, intorno alla desiderabilità o alla bellezza non è solo una nozione abilista di ciò che è importante, ma mi farà sempre inseguire ciò che mi rifiuta. Mi costringerà ad autoinfliggermi ferite nel profondo.

Il conforto della bellezza è illusorio. Se l’età e la disabilità ci insegnano qualcosa, è che investire nella bellezza non ci renderà mai libere. La bellezza è usata da sempre come un’arma. Ha assunto la forma di un club esclusivo, e la sua presunta protezione contro la violenza, l’isolamento e il dolore, è un mito. Non è così, neanche per quelle ammesse nel club. Non penso che possiamo rivendicarci la bellezza.

La favolosità è sempre stata con noi. È sempre stata lì negli spettacoli dei mostri, a guardare la folla che ci fissava, nelle stanze sul retro dei bordelli, nei campi freschi di cotone, agli angoli delle strade nel mezzo della notte, mentre le bombe cadevano, nei nostri respiri dopo essere sopravvissute all’ambulatorio del medico, mentre attraversavamo i confini, nei primi momenti di quiete su una faccia insanguinata dopo che l’attacco è terminato. La favolosità era lì.

La favolosità era con me durante i miei viaggi verso casa, dopo le lunghe giornate di deumanizzazione, irrigidimento e abusi del complesso medico industriale. Era con me quando ho assaporato i miei primi respiri tra le braccia di mia madre in Corea, e una settimana dopo, in quei primi giorni da sola, senza che lei si rendesse conto che non sarei tornata a casa.

La favolosità è sempre stata con noi. Se non siamo sicure di che tipo di femme dovremmo essere o di come essere femme, dobbiamo scegliere la bruttezza. Non solo la nostra bruttezza, ma le persone e le comunità brutte, indesiderabili, indesiderate, sacrificabili, nascoste, sfollate. Questo è l’unico modo di creare una modalità di essere femme che includa persone fisicamente disabili e dalla pelle scura, persone trans e di genere non conforme, persone povere e di classe operaia, persone sieropositive, persone che vivono nel sud globale e tutti i mostri,  criminali, malvagi* delle fiabe, dei film, dei notiziari, dei quartieri e del mondo che sono tra noi.

Questo è il nostro compito in quanto donne di colore: prendere la nozione di bellezza (e soprattutto il valore che le viene accordato) e smantellarla (sfidarla), non solo in riferimento al genere, ma ovunque venga usata per danneggiare le persone, escluderle, farle vergognare.  La giustificazione di violenza, colonizzazione e genocidio.

Se oggi ve ne andrete portando con voi qualcosa in particolare, che sia questo: siete favolose. C’è favolosità nella nostra bruttezza. C’è potere in essa, molto più grande di quanto la bellezza possa mai offrire. Sforzatevi di non aver paura della Bruttezza, nelle altre persone o in voi stesse. Imparate dalla bruttezza, e valorizzatela. Sappiate che ogni volta che ci allontaniamo dalla bruttezza, ci allontaniamo da noi stesse. E ricordate sempre che vi preferisco favolose, piuttosto che belle. Vi preferisco brutte, favolosamente brutte.

Grazie.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...