SOLIDARIETA’ OLTRE I CONFINI DI SPECIE

Il seguente testo è un estratto dal libro Animali in Rivolta, Confini, Resistenza e Solidarietà umana di Sarat Colling, tradotto da Les Bitches curato da feminoska e Marco Reggio e pubblicato da Mimesis Edizioni nel 2017.

La solidarietà oltre i confini di specie
Inquadrare la questione degli “animali senza frontiere” nell’ambito del pensiero femminista transnazionale significa domandarsi chi detenga il potere di creare e smantellare confini – degli stati-nazione e delle pareti dei macelli – e chi abbia il potere di attraversarli a piacimento. La regolamentazione dei luoghi e delle tecnologie emergenti ha portato ad una mobilità accresciuta per pochi, e alla stasi ed immobilità per tutti gli altri. I confini eretti per contenere gli animali allevati negli spazi a loro assegnati sono perpetuati dal discorso normalizzante, in modo tale da mantenere l’ordine e la gerarchia sociale/di specie. Dalle rivoluzioni globali alle fughe di animali non umani, ogni segnale di rivolta o attività che minaccia l’egemonia dello stato-nazione diventa il bersaglio del discorso pubblico dei mass media, funzionale ad estinguere tali rivolte. Ma proprio come le donne altamente visibili del mondo arabo – che erano presenti e a capo di marce, manifestazioni e rivolte durante la primavera araba nel 2012 – hanno messo in discussione i più comuni presupposti occidentali, che dipingono le donne non occidentali come se fossero in gabbia, senza voce e passive, le storie di resistenza degli animali sfidano le rappresentazioni di altri animali come muti e privi di agentività.

Riconoscere la solidarietà oltre i confini di specie, “oltre i confini della differenza”, è un significativo passo in avanti verso la messa in discussione delle strutture di potere oppressive. Dobbiamo andare oltre il diritto di diventare i loro soccorritori e chiederci come possiamo esprimere solidarietà agli altri animali. La solidarietà è la resistenza collettiva che può essere messa in pratica nella vita quotidiana delle persone. Qui di seguito suggerisco tre metodi strategici per costruire tale solidarietà tra gli esseri umani e gli animali non umani allevati (e non solo), ovvero: i racconti di resistenza; la dieta decoloniale insieme alla pratica quotidiana (Harper, 2010); la protesta politica basata sul riconoscimento dell’oppressione condivisa e della liberazione (Nibert, 2002)

Narrazioni della resistenza
L’intersezione tra le narrazioni dell’oppressione umana e di quella non umana rappresenta una forma strategica di costruzione di solidarietà. La pedagogia femminista che si discosta dall’obiettivo di fissare degli oggetti di conoscenza ha il potenziale di costruire solidarietà e “cittadinanza attiva in queste lotte per la giustizia” (Mohanty, 2003, p. 243). La presunzione della capacità umana di capire le intenzioni oltre le differenze di specie presenta il rischio di riecheggiare il modo in cui le femministe occidentali hanno affermato di conoscere le donne del terzo mondo, sostituendo la tradizionale violenza discorsiva con un altro marchio, ad esempio, gli “attivisti per i diritti degli animali come salvatori”. Il pericolo delle narrazioni degli eroici salvatori risiede nel fatto che implicano un’altra forma di silenziamento degli “altri”: invece di lasciare spazio affinché le voci degli oppressi siano ascoltate, possono scoraggiare l’idea che questi individui abbiano una propria agentività e voci proprie. Invece, quando presentiamo i punti di vista degli animali, dovremmo riconoscere che tali storie sono sempre filtrate attraverso la lente umana. Forse i nostri racconti e le con- versazioni con gli animali non umani possono basarsi su una corporeità condivisa che trascende le barriere di specie. “La retorica creaturale” è un linguaggio condiviso tra tutti gli animali, umani e non umani, sulla base della corporeità in generale e della “vulnerabilità dell’esistenza corporea” (Davis, 2009).

Bekoff e Pierce (2007) cercano di comprendere il linguaggio che trascende le differenze di specie e di utilizzare il racconto per interpretare e sollevare questioni circa la vita interiore degli animali. Raccontare storie è stato un metodo a lungo utilizzato in tale lavoro sul campo: la narrazione è un atto di interpretazione. Gli etologi esperti spesso hanno notato che numeri e grafici non rendono giustizia alle sfumature e alla bellezza del comportamento animale. Al contrario, si scoprono a raccontare storie delle proprie esperienze per dimostrare una tesi o sollevare una questione (Bekoff e Pierce, p. 37).

In questo caso, le storie di fughe dai macelli possono essere condivise per stimolare una discussione di tipo morale riguardo al sistema oppressivo da cui gli animali fuggono. Come i racconti degli schiavi neri fuggiti dalle piantagioni degli Stati Uniti, e quelle contemporanee di coloro che fuggono dalle odierne istituzioni di schiavitù, il complesso carcerario* industriale, o altre forme di schiavitù come la schiavitù minorile nell’industria del cacao, anche le storie di fuga degli animali non umani sfidano l’ingiustizia e il sistema di dominio e di supremazia dato per scontato (umano su non umano, bianco su nero, ecc).

Oggi, uno degli istituti contemporanei di schiavitù, il sistema carcerario, mostra forti somiglianze con la reclusione globale degli animali. Come gli esseri umani, gli altri animali sono confinati per ordine delle istituzioni a fini economici**. In Carcere e animali, numero speciale del “Journal for Critical Animal Studies”, i curatori spiegano che questi collegamenti “si sono sviluppati a partire dall’osservazione delle traiettorie stranamente simili del complesso industriale carcerario e degli allevamenti intensivi” (Shields e Thomas, 2012, p. 4). Sia lo specismo, sul quale si basano gli allevamenti intensivi, che il razzismo, sul quale si basa il sistema carcerario, sono manifestazioni di oppressione che servono a sostenere le gerarchie sociali ed economiche. Come osserva Anthony Nocella (2012), “un modo semplice per gli attivisti animalisti di sfidare il razzismo è quello di sostenere l’abolizione del sistema carcerario e di impegnarsi in un’autentica lotta per la liberazione totale e la giustizia per tutti” (p. 114).

Dieta decoloniale e pratica quotidiana
Allo stesso modo, coloro che sostengono le lotte umane per la giustizia sociale possono sfidare lo specismo e l’oppressione con una dieta decoloniale a base vegetale (Harper, 2010). Sfidare il sistema capitalista e la norma sociale dello specismo rifiutandosi di mangiare altre specie animali è parte di una prospettiva rivoluzionaria. Alla domanda su cosa pensasse dell’inclusione degli animali non umani nei movimenti di giustizia sociale – riferendosi in particolare ai polli – la studiosa, attivista e rivoluzionaria Angela Davis ha risposto che esiste un importante collegamento nel modo in cui gli esseri umani e gli altri animali sono oppressi:

Il cibo che mangiamo nasconde tanta crudeltà. Il fatto che siamo in grado di sederci e mangiare un pezzo di pollo, senza pensare alle condizioni orrende in cui i polli sono allevati industrialmente in questo paese, è un indicatore dei pericoli del capitalismo, di come il capitalismo ha colonizzato le nostre menti (citata in Harper, 2012).

Entrambi, i polli e gli esseri umani, sono oppressi dal sistema capitalistico in cui le merci sono la prima forma di comprensione del mondo. Non andiamo oltre l’oggetto che abbiamo di fronte per considerare i mezzi di produzione, perché le nostre menti e i nostri corpi sono stati “colonizzati” – cosa che non riusciamo a riconoscere. In un’intervista del 2012 Davis osserva che è arrivato il momento giusto per parlare del suo essere vegana:

Penso che sia giunto il momento di parlarne in quanto parte della prospettiva rivoluzionaria […]. La maggioranza delle persone non pensa che si ciba di animali […]. Abituarci a immaginare le relazioni umane e non umane oltre gli oggetti che costituiscono il nostro ambiente sarebbe qualcosa di veramente rivoluzionario” (Davis, A., 2012).

Il fatto che Davis sia vegana indica che il suo punto di vista critico va oltre alle condizioni di macellazione dei polli, e che le sue ragioni sono in gran parte fondate sulla comprensione marxista del feticismo delle merci (Davis, 2012). La promozione e la pratica del veganismo è di fondamentale importanza per i proprietari di Farm Sanctuary e i volontari con cui ho parlato. Come già sottolineato, è evidente il forte scollamento che si ha quando si prendono le difese di alcuni fuggitivi mentre si ignorano volutamente i miliardi di altri animali che soffrono e muoiono negli allevamenti intensivi e nei macelli.

Anche se i media pubblicano storie di animali fuggiti, come spiega Brown, gli stessi spettatori “che augurano il meglio a quell’animale” sono probabilmente “seduti a casa, quella sera, a mangiare bistecche o hamburger.” L’ironia di tutto questo è che chi esalta la libertà degli animali fuggiti molto probabilmente si troverà a consumare i loro simili. Un antidoto a questa disconnessione è quello di smettere di consumare i corpi di altri animali. Una volta che le persone hanno compreso l’impatto della carne, dei latticini e della produzione di uova sugli animali allevati, saranno più propense a fare scelte che abbiano un effetto positivo sulla vita degli animali. Oltre a consistere nell’evitare i prodotti animali, il veganismo può essere esteso al fine di eliminare altri prodotti devastanti per l’ambiente e la società, come l’olio di palma, i prodotti commerciali non equi (ad esempio, caffè o cacao), i prodotti con un eccesso di confezioni, e così via. La dieta decoloniale è dunque una pratica quotidiana che integra altre pratiche rivoluzionarie di organizzazione strategica contro la distruzione operata dal capitalismo globale, pratiche che possono includere e considerare sia gli animali umani che non umani.

La protesta: unità di oppressione e liberazione
Gli animali sono stati esclusi dalla partecipazione politica, ma non è necessario che sia sempre così. La divisione del lavoro nel macello è un ulteriore luogo in cui tale solidarietà può emergere. Per esempio, la materialità del traffico di esseri umani potrebbe far finire una persona in un allevamento intensivo in qualità di operaio, e questa persona potrebbe poi identificarsi e provare solidarietà nei confronti degli animali non umani. Spesso coloro che lavorano all’interno del comparto zootecnico sono a loro volta oppressi e lottano per mantenere se stessi e le proprie famiglie, e se fosse stato possibile avrebbero scelto un altro lavoro. I lavoratori dei macelli a volte rendono più porosa la dicotomia umano/animale, come quando paragonano l’esecuzione di una mucca fuggita da un macello con quella di un uomo disarmato proveniente dal Messico (Pachirat, 2011, p. 2). In questo caso, i lavoratori hanno espresso empatia per entrambi. Alcuni di loro non sono gli addetti all’uccisione degli animali e, quindi, prendono le distanze dall’uccisione diretta. Una donna ha ricordato il momento in cui la mucca è stata uccisa: “Le hanno sparato dieci volte”. Ha poi raccontato di una sparatoria della polizia contro un uomo disarmato proveniente dal Messico, notando che a causa del suo essere messicano (e cioè non caucasico), “gli hanno sparato proprio come hanno sparato alla mucca”.

Quando coloro che si identificano come membri della classe operaia identificano gli altri animali come appartenenti a questa classe, suggeriscono che la solidarietà può emergere in opposizione a una posizione condivisa di oppressione. Infatti, nel corso della storia recente, molti di coloro che hanno esteso la propria compassione agli altri animali sono membri della classe operaia o loro sostenitori. L’attivista per i diritti dei lavoratori Samuel Bamford, vissuto nei primi anni dell’Ottocento, sosteneva i diritti di “cani, manzi e cavalli”, così come il cartista Thomas Cooper (Hribal, 2003, p. 453). I membri della classe operaia più indigenti erano fortemente contrari alla vivisezione perché si identificavano con il terribile destino degli animali non umani (Kalof, 2007, p. 139). Le rivolte denominate “Old Brown Dog” che ebbero luogo all’inizio del ventesimo secolo in Inghilterra furono originate dalle proteste delle suffragette vegetariane e sostenute dai lavoratori che compresero il loro collegamento con gli altri animali, un riconoscimento che ha spinto la classe capitalista a lavorare strenuamente per promuovere l’ideologia specista (Nibert, 2002, p. 242). L’anarchico Pierre-Joseph Proudhon (1840) comprendeva anche le altre specie nella sua formulazione della politica della classe operaia. Proudhon osservò che buoi e cavalli lavoravano per gli esseri umani senza ricevere nulla in cambio. Considerato che, in particolare nelle narrazioni del XIX secolo, la classe operaia era rappresentata come bestiale e più vicina agli animali, questi collegamenti sono significativi. La borghesia non ha esitato a ritrarre i proletari come “animali”, proprio come i bianchi non hanno avuto alcun problema a ritrarre africani (e messicani) come animali.

A volte le due oppressioni si intrecciano, come nel caso della donna africana di classe operaia Saartjie Baartman, ritratta come animalesca sia nel corso della sua vita in occasione degli spettacoli, che dopo la morte, quando è diventata oggetto di studio per gli eugenetisti. Quando gli afroamericani e coloro che si identificano come lavoratori/trici controbattono affermando di non essere animali, ciò può essere letto come una forma di auto-difesa contro la violenza epistemica (Harper, 2010). I lavoratori dei macelli si mobilitano contro il proprio lavoro o le condizioni ambientali attraverso scioperi selvaggi o altre attività rivoluzionarie, e possono includere i bisogni degli altri animali in questa protesta. Il riconoscimento che gran parte dell’oppressione animale è in continuità con il progetto coloniale occidentale è un passo necessario per sfidare il dominio di coloro che sono (im)mobilizzati dai macelli e dall’eredità coloniale che prospera negli spazi di macellazione. Le trasgressioni dei confini ci permettono di “renderci conto che un confine addirittura esistesse” (Cresswell, 1996, p. 22). Attraverso la testimonianza o sperimentando la trasgressione dei confini, si rivela il controllo e l’egemonia del sistema-mattatoio.

* Per esempio, Assata Shakur, che viene oggi descritta dall’FBI come una minaccia “terroristica” di alto livello, si descrive come una “schiava del XX secolo in fuga”, sfuggita alle catene del complesso industriale carcerario (“Lettera aperta di Assa- ta: marzo 1998”).
** In almeno un caso, le sbarre di una prigione di New York City destinate agli esseri umani sono state utilizzate come forma di contenimento per un animale fuggito, un maiale trovato davanti a una taverna nel Bronx. Inseguito dalla polizia per due ore, il maiale è stato rinchiuso in una cella di polizia (Fernandez, 2009). La detenzione degli animali non umani è molto simile a quella degli animali umani. Nati al solo scopo di generare profitto (e per il piacere delle papille gustative di qualcuno), si trovano ad affrontare un particolare tipo di braccio della morte. I primi resoconti di sparatorie contro animali scappati spesso veicolano un elemento di vendetta che è presente anche nel sistema del braccio della morte.

*** Immagine di copertina di Richard Orlinski

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