MANIFESTO TRANSFEMMINISTA

di Emi Koyama.

Ultima edizione, 26 Luglio 2001

Testo originale qui. Illustrazione per gentile concessione di Florent Manelli.

Introduzione

La seconda metà del ventesimo secolo è stata testimone di una crescita senza precedenti del movimento femminista americano, grazie alla partecipazione di diversi gruppi di donne. Ogni volta che un gruppo di donne, precedentemente messo a tacere dal movimento femminista ufficiale, rompeva il silenzio reclamando il posto che gli spettava di diritto all’interno del movimento, subito veniva accusato di frammentare il femminismo con problemi di poco conto, e solo successivamente finiva per essere accettato e accolto come un elemento prezioso del pensiero femminista. Siamo diventat* sempre più consapevoli del fatto che la diversità è la nostra forza, non la nostra debolezza. In ultima istanza, nessuna frammentazione o polarizzazione temporanea è così grave da annichilire i benefici delle politiche inclusive dell’alleanza.

Ogni volta che alcune donne (precedentemente ridotte al silenzio) prendono parola, sfidano le altre femministe a riconsiderare la propria idea di chi rappresentano e degli ideali per i quali lottano. Anche se questo processo, talvolta, porta alla dolorosa realizzazione dei propri pregiudizi e delle oppressioni interiorizzate in quanto femministe, esso si rivela vantaggioso per il movimento, perché allarga le nostre prospettive e la nostra cerchia. È con questa idea in mente che dichiariamo che è giunto il momento che le donne trans partecipino alla rivoluzione femminista, espandendo ulteriormente la portata del movimento.

“Trans” è spesso utilizzato come un termine inclusivo, che raggruppa una gran quantità di violazioni delle norme di genere, accomunate da una qualche discontinuità fra il genere assegnato alla nascita e l’identità e/o l’espressione di genere di una persona. Ai fini di questo manifesto, tuttavia, il termine “donne trans” verrà spesso utilizzato per descrivere quelle persone che si identificano, presentano o vivono più o meno come donne, anche se il sesso che è stato assegnato loro alla nascita è l’opposto. Allo stesso modo, “uomini trans” è utilizzato per descrivere coloro che si identificano, presentano o vivono come uomini a discapito del fatto che alla nascita siano stati percepiti in altro modo. Anche se questa distinzione metodologica esclude le molte persone trans che non si conformano alla dicotomia maschile/femminile, o le persone che vivono il loro essere trans in maniera differente, speriamo che riconoscano un numero sufficiente di punti in comune tra i problemi che noi tutt* affrontiamo, e trovino la nostra analisi in qualche modo utile per le loro lotte.

Il transfemminismo è prima di tutto un movimento fatto da e per le donne trans che riconoscono che la propria liberazione è intrinsecamente legata alla liberazione di tutte le altre donne, e delle altre soggettività. È, infatti, un movimento aperto alle persone queer, intersex, agli uomini trans, alle donne non-trans, agli uomini non-trans e a tutt* coloro che siano solidal* nei confronti dei bisogni delle donne trans, e che considerino l’alleanza con le donne trans come una parte essenziale della loro stessa liberazione. Storicamente, gli uomini trans hanno dato un contributo maggiore al femminismo rispetto alle donne trans. Crediamo sia imperativo che più donne trans inizino a partecipare al movimento femminista a fianco di tutt* le/gli altr*, per realizzare la nostra liberazione.

Il transfemminismo non è un tentativo di impadronirsi delle attuali istituzioni femministe. Al contrario, allarga il campo e fa progredire il femminismo stesso attraverso la nostra liberazione e attraverso l’alleanza con tutt* le/gli altr*. Si schiera, in egual misura, per la liberazione delle donne trans e non-trans, e chiede alla donne non-trans di battersi per le donne trans. Il transfemminismo incarna le politiche dell’alleanza femminista attraverso le quali donne con storie diverse si sostengono a vicenda, perché se non ci sosteniamo a vicenda, nessun altro si prenderà la briga di farlo.

Principi fondamentali

I principi fondamentali del transfemminismo sono semplici. Primo, è nostra convinzione che ogni individuo abbia il diritto di definire la propria identità e di aspettarsi che la società la rispetti. Questo aspetto include anche il diritto di esprimere il nostro genere senza timore di discriminazioni o violenze. Secondo, riteniamo di avere diritto esclusivo di prendere decisioni in merito ai nostri corpi e che nessuna autorità politica, medica o religiosa possa violare l’integrità dei nostri corpi contro la nostra volontà o intralciare le nostre decisioni riguardo a ciò che di essi facciamo.

Tuttavia, nessun* è completamente liber* dalle dinamiche sociali e culturali esistenti all’interno del sistema di genere istituzionalizzato. Quando prendiamo decisioni riguardo alla nostra identità o espressione di genere, non possiamo sfuggire al fatto che lo facciamo nel contesto di un sistema di genere binario e patriarcale. Le donne trans, in particolare, sono incoraggiate, e a volte obbligate, ad adottare la tradizionale definizione di femminilità per essere accettate e legittimate dalla comunità medica, che si è autoproclamata arbitro di chi è veramente donna e chi no. Le donne trans si trovano spesso a dover “dimostrare” la propria femminilità, interiorizzando gli stereotipi di genere per essere riconosciute come donne o per sottoporsi ad interventi ormonali e chirurgici. Questa pratica è oppressiva nei confronti di ogni donna, trans o meno, in quanto nega l’unicità di ogni donna.

Il transfemminismo ritiene che nessun* debba sentirsi costrett* a prendere decisioni personali riguardanti la propria identità o espressione di genere per essere una “vera” donna o un “vero” uomo. Crediamo inoltre che nessun* debba essere costrett* a prendere simili decisioni personali per qualificarsi come una “vera” femminista. Come donne trans, abbiamo imparato che la nostra sicurezza spesso dipende da quanto brave siamo a “passare” per donne “normali”; come transfemministe, ci troviamo a dover negoziare costantemente il nostro bisogno di sicurezza e tranquillità con i nostri principi femministi. Il transfemminismo esorta tutte le donne, comprese le donne trans, a esaminare i modi nei quali interiorizziamo tutti i comandamenti di genere eterosessisti e patriarcali e quali implicazioni globali comportano le nostre azioni; allo stesso tempo, chiariamo che non è responsabilità di una femminista sbarazzarsi di ogni somiglianza con la definizione patriarcale della femminilità.

Le donne non dovrebbero essere accusate di rafforzare stereotipi di genere nel fare le proprie scelte, anche se queste scelte sembrano obbedire a determinati ruoli di genere; una simile prova di purezza svaluta le donne, perché nega il nostro libero arbitrio, e avrà come unica conseguenza l’alienazione della maggioranza delle donne, trans o meno, dal movimento femminista. Il transfemminismo crede nell’idea che ci siano tanti modi di essere donna quante sono le donne, che dovremmo essere libere di prendere le nostre decisioni senza sensi di colpa. A tale scopo, il transfemminismo si confronta con istituzioni sociali e politiche che inibiscono o riducono le nostre scelte individuali, rifiutando allo stesso tempo di incolpare le singole donne per le loro decisioni personali. Non è necessario – al contrario, è oppressivo – imporre alle donne di abbandonare la propria libertà di compiere scelte personali per essere considerate vere femministe, poiché ciò avrà l’unica conseguenza di sostituire il rigido costrutto patriarcale della femminilità ideale con una versione femminista leggermente modificata ma altrettanto rigida. Il transfemminismo crede nella promozione di un contesto in cui le scelte individuali delle donne siano rispettate, mentre al contempo critica e sfida le istituzioni che limitano la gamma di scelte a loro disposizione.

La questione del privilegio maschile

Alcune femministe, specialmente le cosiddette femministe lesbiche radicali, accusano le donne e gli uomini trans di godere del privilegio maschile. Queste femministe sostengono che le transessuali MtF (N.d.T. MtF [Male to Female] indica una persona transessuale il cui sesso biologico/genetico assegnato alla nascita è maschile, che decide di operare una transizione verso il sesso femminile) crescano socializzate da maschi, e dunque beneficino del privilegio maschile. D’altro canto, invece, i transessuali FtM (N.d.T. FtM [Female to Male] indica una persona transessuale il cui sesso biologico/genetico assegnato alla nascita è femminile, che decide di operare una transizione verso il sesso maschile) sono visti come traditori che hanno abbandonato le loro sorelle in un patetico tentativo di acquisire il privilegio maschile. Il transfemminismo deve rispondere a queste critiche, che sono state usate per giustificare la discriminazione contro le donne e gli uomini trans all’interno di alcuni ambienti femministi.

Di fronte a questa argomentazione, la prima reazione delle donne trans è di negare di aver mai goduto di un qualsivoglia privilegio maschile nelle loro vite. È comprensibile pensare che il fatto di essere state assegnate al genere maschile alla nascita abbia rappresentato per loro più un peso che un privilegio: molte di loro, crescendo, hanno odiato i propri corpi maschili e il fatto di essere trattate da maschi. Ricordano, per esempio, quanto le mettesse a disagio subire la pressione di doversi comportare da uomini duri e virili. Molte sono state vittime di bullismo e sono state ridicolizzate da altri ragazzi per il loro comportamento non “propriamente” maschile. Sono state spesso indotte a vergognarsi e hanno sofferto di depressione. Anche da adulte vivono con la paura costante di venire scoperte ed esposte, cosa che metterebbe a repentaglio il loro lavoro, le loro relazioni famigliari e di amicizia e la loro sicurezza.

Tuttavia, come transfemministe dobbiamo rifuggire questa reazione semplicistica. Per quanto sia vero che il privilegio maschile investe alcuni uomini molto più di altri, è anche difficile immaginare che le donne trans assegnate uomini alla nascita, non ne abbiano mai beneficiato. La maggior parte delle donne trans sono state percepite e trattate da uomini (seppure effeminati) almeno per un certo periodo della loro vita, e hanno dunque goduto di un trattamento preferenziale a scuola e sul lavoro, indipendentemente dal fatto che fossero felici di essere percepite come uomini. Sono state educate ad essere decise e sicure di sé, e alcune donne trans mantengono queste caratteristiche “mascoline”, spesso a loro vantaggio, dopo la transizione.

Questo dimostra che spesso confondiamo l’oppressione che abbiamo subito per il fatto di non conformarci ai dettami del binarismo di genere, con l’assenza di privilegio maschile. Invece di affermare che non abbiamo mai beneficiato dei vantaggi derivanti dalla supremazia maschile, dovremmo piuttosto sostenere che le nostre esperienze sono il risultato di un’interazione dinamica tra privilegio maschile e svantaggi derivanti dall’essere trans.

Chiunque abbia un’identità di genere e/o un’inclinazione verso un’espressione di genere che corrisponde al sesso assegnatogli/le alla nascita ha il privilegio di non essere trans. Questo privilegio, come tanti altri, risulta invisibile a chi lo possiede. E, come per tutti gli altri privilegi, coloro che non ne beneficiano percepiscono intuitivamente quanta sofferenza è causata dalla sua assenza. Una donna trans può avere accesso limitato al privilegio maschile a seconda dell’età in cui ha fatto la transizione e di quanto pienamente viva da donna, ma allo stesso tempo subisce enormi svantaggi sul piano emotivo, sociale ed economico per il fatto di essere trans. L’assunto che le donne trans siano intrinsecamente più privilegiate di altre donne è privo di fondamento, tanto quanto affermare che le coppie di uomini gay siano più privilegiate delle coppie eterosessuali perché entrambi i partner godono del privilegio maschile.

Spesso nascono tensioni quando le donne trans tentano di accedere a “spazi per donne”, che si suppongono essere rifugi sicuri dal patriarcato. L’origine di questi “spazi per donne”, può essere fatta risalire al primo femminismo lesbico degli anni ‘70, composto per la maggior parte da donne bianche di classe media che consideravano il sessismo come la più importante diseguaglianza sociale, trascurando però ampiamente il loro ruolo nella riproduzione di altre oppressioni come il razzismo e il classismo. Partendo dal presupposto che il sessismo influenzasse la vita delle donne più di ogni altro elemento sociale, davano per scontato che la loro esperienza di sessismo fosse la stessa per tutte le donne indipendentemente dall’etnia, dalla classe ecc. – intendendo, con la parola donne, tutte le donne non-trans. Critiche recenti al femminismo radicale degli anni ‘70 mettono in luce come l’opportunistica disattenzione nei confronti del razzismo e del classismo da parte di queste donne costituisse in realtà un modo per mantenere il proprio privilegio di donne bianche e di classe media.

A partire da questa consapevolezza, le transfemministe non dovrebbero rispondere alle accuse di privilegio maschile negandolo. Dovremmo avere il coraggio di riconoscere che le donne trans possono avere beneficiato del privilegio maschile – alcune ovviamente più di altre – nella stessa misura in cui quelle tra noi che sono bianche dovrebbero affrontare la questione del privilegio bianco. Il transfemminismo crede nell’importanza del rispetto di ciò che differenzia così come di ciò che accomuna le donne, vista l’ampia varietà di contesti sociali da cui le donne provengono. Le tranfemministe si confrontano con il proprio privilegio e si aspettano, allo stesso modo, che le donne non-trans riconoscano il proprio privilegio di donne non-trans.

Riconoscendo e affrontando i nostri privilegi, come donne trans possiamo sperare di costruire alleanze con altri gruppi di donne tradizionalmente ignorati e considerati non abbastanza “femminili” sulla scia di parametri di femminilità bianchi e di classe media. Quando ci chiamano degenerate e ci attaccano per la sola ragione di essere ciò che siamo, non c’è nulla da guadagnare nell’evitare la questione del privilegio.

Decostruire l’essenzialismo inverso

Sebbene la seconda ondata di femminismo abbia diffuso l’idea che il genere di ognun* sia distinto dal suo sesso fisiologico e sia frutto di una costruzione sociale e culturale, essa ha per lo più lasciato indiscussa la credenza che esista realmente un sesso biologico. La separazione del genere dal sesso ha rappresentato un potente strumento retorico utile ad abbattere i ruoli di genere imposti, ma ha permesso alle femministe di mettere in discussione solo una parte del problema, tralasciando la discussione sulla naturalità dei sessi, femminile e maschile, fino a tempi più recenti.

Il transfemminismo afferma che sesso e genere sono strutture sociali e che, per di più, la distinzione tra sesso e genere è costruita artificialmente per questioni di comodità. Sebbene il concetto di genere come costrutto sociale abbia mostrato di essere uno strumento potente nel decostruire la visione tradizionale delle capacità delle donne, ha lasciato comunque spazio alla giustificazione di certe politiche o strutture discriminatorie su base biologica. Esso ha fallito anche nell’affrontare la realtà delle esperienze trans, che vivono il proprio sesso biologico come più artificiale e modificabile rispetto alla percezione interiore che hanno di sé.

La costruzione sociale del sesso biologico è più di un’osservazione astratta: è una realtà fisica che molte persone intersessuali (N.d.T. L’intersessualità comprende diverse variazioni fisiche che riguardano elementi del corpo considerati “sessuati” come cromosomi, marker genetici, gonadi, ormoni, organi riproduttivi, genitali, e l’aspetto somatico del genere di una persona; le persone intersessuali sono nate con caratteri sessuali che non rientrano nelle tipiche nozioni binarie del corpo maschile o femminile) devono affrontare. Poiché la società non mette in conto l’esistenza di persone le cui caratteristiche anatomiche non rientrano perfettamente in quelle di maschio o femmina, queste sono regolarmente mutilate da medici professionisti e costrette a vivere nel sesso che viene assegnato loro. Di solito alle persone intersex non viene data la possibilità di decidere per se stesse su come vogliano vivere e se vogliano o meno ricorrere a “correzioni” chirurgiche o ormonali. È terribile per molte persone intersex non poter dire la propria in merito ad una decisione così importante per la propria vita, sia nel caso in cui la loro identità di genere coincida col sesso assegnato, che nel caso in cui invece non vi coincida. Crediamo che la mutilazione genitale de* bambin* intersex sia intrinsecamente violenta, dal momento che viola immotivatamente l’integrità dei loro corpi senza alcun consenso. La questione non è neppure che il sesso assegnato a una persona coincida con la sua identità di genere o meno; ma se alle persone intersessuali venga data l’effettiva possibilità di scegliere sul proprio corpo.

Le persone trans sono scontente del sesso che viene loro assegnato, senza consenso, secondo parametri medici eccessivamente semplicistici. Esistono svariati modi di essere persone trans: alcune si identificano e vivono come persone di sesso differente da quello assegnato dalle autorità mediche, scegliendo o meno l’intervento medico, mentre altre si identificano con entrambi i sessi, maschile e femminile, o con nessuno dei due. La liberazione delle persone trans passa attraverso il diritto di definirsi a prescindere dalle autorità mediche, religiose e politiche. Il transfemminismo considera qualsiasi metodo di assegnazione del sesso un costrutto sociale e politico, e promuove un assetto sociale in cui ognun* possa liberamente assegnarsi il proprio sesso (o non-sesso, per l’appunto).

Dal momento che le persone trans cominciano ad organizzarsi politicamente, si è tentati di adottare la nozione essenzialista di identità di genere. Il cliché reso popolare dai mass media è quello per cui essere trans significa essere “donne intrappolate in corpi di uomini” o viceversa. L’attrattiva di una simile strategia è chiara, poiché l’opinione pubblica può supportarci più facilmente se la convinciamo di essere vittime di un errore biologico su cui non abbiamo alcun controllo. Questa visione è anche spesso in accordo con la propria percezione di se, che sentiamo come molto radicata in noi e fondante. Ciononostante, da transfemministe, resistiamo a queste tentazioni a causa delle loro implicazioni.

Le persone trans sono spesso state descritte come persone il cui sesso biologico non corrisponde col genere della loro mente o anima. Questa spiegazione può avere senso a livello intuitivo, ma è allo stesso tempo problematica per il transfemminismo. Sostenere che una persona abbia una mente o un’anima femminile significherebbe ammettere che esistono menti maschili e menti femminili, diverse tra loro in modo distinguibile, idea che si potrebbe usare per giustificare la discriminazione nei confronti delle donne. Essenzializzare la nostra identità di genere può essere tanto pericoloso quanto ricorrere all’essenzialismo biologico.

Il transfemminismo sostiene che la propria identità di genere si costruisce basandosi su ciò che ci appare genuino, coerente e che ci fa sentire a nostro agio nel modo in cui viviamo e ci relazioniamo ad altr*, nell’ambito dei vincoli socioculturali dati. Questo vale sia per coloro la cui identità di genere è in linea col sesso assegnato alla nascita, sia per le persone trans. La nostra richiesta di riconoscimento e rispetto non dovrebbe essere in alcun modo indebolita dall’accettazione di questo fatto. Invece di giustificare la nostra esistenza attraverso l’essenzialismo inverso, il transfemminismo smonta il preconcetto essenzialista secondo il quale la congruenza tra sesso e genere è la norma.

Immagine e consapevolezza del corpo come questione femminista

Noi, in quanto femministe, affermiamo di sentirci a nostro agio, sicure, forti nei nostri corpi; sfortunatamente, però, questo non è il sentire di molte donne, incluse quelle trans.

Per molte transfemministe, la questione dell’immagine del proprio corpo è il punto in cui  il nostro bisogno di benessere e sicurezza si scontra con la nostra politica femminista. Molte di noi si sentono così a disagio e provano così tanta vergogna per il proprio aspetto da scegliere di rimanere nascoste oppure di sottoporsi a elettrolisi, terapie ormonali, interventi chirurgici per modificare i propri corpi in modo congruo alla propria identità di donne. Queste procedure sono costose, dolorose, richiedono molto tempo e possono condurre alla perdita definitiva della fertilità e ad altre serie complicazioni quali l’aumento del rischio di tumori.

Perché qualcun* dovrebbe volersi sottoporre a procedure così disumane? Anche se ci piacerebbe credere che il bisogno che sentiamo di far corrispondere i nostri corpi alle nostre identità di genere sia innato o essenziale, non possiamo in tutta onestà negare che fattori sociali e politici influenzino le nostre decisioni personali.

Uno di questi aspetti consiste nel rinforzo sociale della dicotomia dei ruoli di genere. Siccome le nostre identità sono costruite all’interno del sistema sociale in cui siamo nate, si potrebbe a questo punto affermare che la discontinuità tra l’identità di genere di una persona e il suo sesso biologico sia problematica solo nel momento in cui la società stessa mantiene attivamente una dicotomia del sistema di genere. Se il genere di una persona fosse un fattore insignificante a livello sociale, il bisogno delle soggettività trans di modificare i propri corpi per essere conformi al binarismo dei generi potrebbe diminuire, anche se non scomparirebbe del tutto.

Tuttavia, questo ragionamento non dovrebbe essere usato per ostacolare le persone trans dal prendere decisioni sui propri corpi. Le donne trans sono estremamente vulnerabili alla violenza, all’abuso e alle discriminazioni per ciò che sono, e non si dovrebbe farle sentire in colpa quando fanno tutto il necessario per sentirsi al sicuro e a proprio agio. Il transfemminismo ci sfida a prendere in considerazione le modalità attraverso le quali i fattori sociali e politici influenzano le nostre decisioni ma, in ultima analisi, chiede che la società rispetti qualsiasi decisione ognun* di noi prenda sul proprio corpo e sulla propria identità di genere.

Non è contraddittorio lottare contro l’applicazione rigida dei ruoli di genere da parte delle istituzioni mentre, al contempo, si difende il diritto individuale di scegliere come vivere per sentirsi a proprio agio e al sicuro; non è contraddittorio neppure supportarsi tra pari, in modo da poter costruire una sana autostima e al contempo  sostenere la decisione altrui di modificare il proprio corpo, se così si è deciso. Ognuna di noi può sfidare gli arbitrari assunti di genere e sesso della società senza diventare dogmatica. Nessuna di noi dovrebbe sentirsi in dovere di rifiutare in un colpo solo tutti gli aspetti oppressivi della propria vita: finiremmo coll’essere esauste e diventare folli. La somma delle nostre piccole ribellioni combinate destabilizzerà il sistema normativo di genere così come lo conosciamo. Varie forme di femminismi, l’attivismo queer, il transfemminismo e altri movimenti progressisti attaccano tutti diversi aspetti del comune nemico: il patriarcato etero-sessista.

Violenza contro le donne

Le femministe hanno sostenuto fin dagli anni ’70 che la violenza contro le donne non consiste solo in una serie di eventi isolati, ma che è una funzione sistematica del patriarcato per mantenere soggiogate tutte le donne. Il transfemminismo richiama l’attenzione sul fatto che le donne trans, come altri gruppi di donne che subiscono molteplici oppressioni, sono particolarmente vulnerabili alla violenza rispetto alle donne che beneficiano di privilegi cis (N.d.T: cisgender o l’abbreviazione cis, indica le persone che si identificano nel proprio genere di nascita: nelle/i cisgender, identità di genere e sesso biologico corrispondono).

In primo luogo, le donne trans sono prese di mira perché vivono come donne. Essere una donna in questa società misogina è pericoloso, ma ci sono alcuni fattori che ci rendono molto più vulnerabili quando siamo sottoposte a violenze sessuali e domestiche. Ad esempio, quando un uomo attacca una donna trans, soprattutto se tenta di violentarla, può scoprire che la vittima ha o aveva un’anatomia “maschile”. Questa scoperta spesso porta ad un’aggressione ancora più violenta alimentata dall’omofobia e dalla transfobia. Le donne trans subiscono frequentemente aggressioni da parte di uomini quando viene fuori il loro essere trans. Gli omicidi delle donne trans, come quelli delle prostitute, sono raramente presi sul serio o in modo empatico dai media e dalle autorità, soprattutto se la vittima è una donna trans che lavora come prostituta.

Le donne trans sono anche più vulnerabili agli abusi emotivi e verbali dei propri partner a causa della loro sovente scarsa autostima e dell’immagine negativa che hanno del proprio corpo. È facile per un molestatore far vergognare una donna trans e farla sentire brutta, inutile e pazza perché questi sono gli stessi identici messaggi a cui l’intera società  l’ha sottoposta nel corso degli anni. Gli abusanti la fanno franca con la violenza domestica, portando via alle donne la capacità di definire la propria identità e le proprie esperienze, aspetti in cui le donne trans possono essere particolarmente vulnerabili, tanto per cominciare. Le donne trans hanno maggiori difficoltà a lasciare i propri abusanti perché è più difficile per loro trovare lavoro, e quasi certamente in caso di divorzio perderebbero la custodia dei figli a favore del proprio partner violento, quando ci sono bambini coinvolti.

Inoltre, le donne trans sono prese di mire per il fatto di essere queer. Gli omofobi tendono a non distinguere tra le persone gay e le persone trans quando commettono crimini d’odio, ma le persone trans sono molto più vulnerabili perché sono spesso più visibili delle persone gay. I terroristi omofobi non spiano le camere da letto delle persone quando escono per cacciare le persone gay; cercano indizi di genere nella loro preda che non corrispondano al sesso percepito, e di fatto prendono di mira chi è visibilmente deviante rispetto al genere assegnato. Per ogni uomo omosessuale o donna lesbica il cui omicidio diventa un titolo sulle testate nazionali, molte persone trans vengono uccise in tutto il paese, anche se ci sono molte più persone gay e lesbiche “dichiarate” che persone transessuali. Gli uomini trans vivono anche nella costante paura di venir scoperti mentre attraversano una società che perseguita gli uomini che fanno un passo al di fuori dei loro ruoli socialmente stabiliti. I crimini contro gli uomini trans sono commessi sia da estranei che da “amici” intimi, crimini che sono indubbiamente motivati da una combinazione di transfobia e misoginia, messi in atto come punizione per aver violato le norme di genere al fine di rimetterli al loro “posto da donna”.

A causa della situazione di pericolo in cui viviamo, il transfemminismo crede che la violenza contro le persone transessuali sia uno dei problemi più importanti su cui dobbiamo lavorare. Possiamo essere ferit* e restare  delus* dal fatto che in alcuni eventi riservati alle donne esista un rifiuto a farci entrare, ma è la violenza contro di noi che, da troppo tempo, ci uccide letteralmente o ci costringe al suicidio. Non abbiamo altra scelta che agire, immediatamente. In questo senso è essenziale la cooperazione con le tradizionali case-famiglia per la violenza domestica, con i centri antiviolenza e con i programmi di prevenzione dei crimini d’odio. Alcuni centri di accoglienza hanno già deciso di accettare pienamente le donne trans come tutte le altre donne, mentre altri esitano per varie ragioni. Dobbiamo organizzare ed istruire gli organi esistenti circa la necessità delle donne trans di essere aiutate. Dobbiamo sottolineare che la dinamica della violenza contro le donne trans non è dissimile da quella che subiscono le donne non-trans, salvo che siamo spesso più vulnerabili. E dovremmo anche chiedere servizi per gli uomini trans.

Come transfemministe, non dovremmo richiedere soltanto che le organizzazioni attuali ci forniscano servizi; dovremmo essere noi a unirci a loro. Dovremmo offrirci volontariamente per aiutarle a mettere a punto un efficace metodo di monitoraggio al fine di garantire loro la sicurezza mentre espandono il loro campo d’azione. Dovremmo metterci a disposizione come consulenti in caso di situazioni critiche e come responsabili per altre donne trans che hanno bisogno. Dovremmo anche aiutarle a finanziare laboratori di formazione specifici per il  personale. Dovremmo sviluppare corsi di autodifesa per le donne trans, modellate sui corsi di autodifesa femministi per donne, ma che prestino particolare attenzione alle nostre esperienze specifiche. Potrebbe non essere possibile adesso iniziare da zero a realizzare delle nostre case-famiglia, ma possiamo lavorare per l’eliminazione della violenza nei confronti delle persone trans in una vasta coalizione che miri all’eliminazione della violenza contro le donne e le minoranze sessuali.

Dobbiamo anche affrontare il problema della violenza economica. Le donne transessuali sono spesso in condizioni di povertà perché, in quanto donne, guadagniamo meno degli uomini, perché le discriminazioni palesi nei confronti delle persone trans che hanno un’occupazione sono dilaganti, e a causa del costo proibitivo della transizione. Ciò significa anche che i partner abusanti delle donne trans hanno più potere, e ci tengono intrappolate in relazioni abusanti. Il transfemminismo crede nella lotta contro la transfobia e il sessismo tanto in ambito economico quanto sociale e politico.

Salute e scelte riproduttive

Può sembrare ironico che le donne trans, le quali generalmente non possono procreare, abbiano interesse nel movimento per i diritti riproduttivi delle donne, ma il transfemminismo vede una connessione profonda tra la liberazione delle donne trans e il diritto delle donne a scegliere. Prima di tutto, la stigmatizzazione sociale dell’esistenza trans è in parte dovuta al fatto che interveniamo sui nostri organi riproduttivi. Le operazioni di chirurgia estetica non genitale vengono effettuate molto più spesso delle operazioni di riassegnazione sessuale, eppure non richiedono mesi di psicoterapia obbligatoria. Tanto meno le persone che si sottopongono a operazioni di chirurgia estetica vengono quotidianamente ridicolizzate e vilipese in talk show spazzatura trasmessi a livello nazionale. Una tale isteria riguardo alle nostre scelte personali è alimentata in parte dal tabù sociale contro l’autodeterminazione dei nostri organi riproduttivi: come per le donne che vogliono abortire, i nostri corpi sono diventati un territorio comune, un campo di battaglia.

Inoltre, gli ormoni che prendono molte donne trans sono simili per origine e composizione chimica a quelli che le donne non-trans prendono per il controllo delle nascite, per la contraccezione d’emergenza e per la terapia ormonale sostitutiva. Come donne trans, condividiamo le loro preoccupazioni sulla sicurezza, il costo e la disponibilità di queste pillole a base di estrogeni. Donne trans e non-trans devono essere unite nella battaglia contro le tattiche della destra che mirano a rendere inaccessibili, se non illegali, i mezzi e l’informazione per il controllo sui nostri corpi. Ovviamente, la scelta riproduttiva non riguarda soltanto l’accesso all’aborto o al controllo delle nascite: riguarda anche la resistenza alla sterilizzazione forzata e coercitiva o all’aborto per le donne meno privilegiate. Allo stesso modo, il transfemminismo si batte per il diritto a rifiutare interventi chirurgici e ormonali, inclusi quelli prescritti per le persone intersex, e aspetta ancora che la società rispetti il nostro senso di identità personale.

Durante gli anni ’80, le lesbiche vennero cacciate da alcune organizzazioni per la libertà di scelta riproduttiva perché considerate irrilevanti per la loro causa. Ma il diritto a scegliere non è esclusivamente una questione eterosessuale, così come non è solo -cis, siccome riguarda fondamentalmente il diritto delle donne a determinare che cosa vogliono fare con i loro stessi corpi. Il transfemminismo dovrebbe aderire alle organizzazioni per la scelta riproduttiva e manifestare per il diritto di scelta. Una società che non rispetta il diritto delle donne a scegliere sulla gravidanza, non sarà mai propensa a rispettare il nostro diritto di scelta degli interventi medici necessari per far sì che i nostri genitali siano coerenti con la nostra identità di genere. Se abbiamo paura di dover ottenere gli ormoni sottobanco o di dover viaggiare oltreoceano per un intervento di riassegnazione del sesso, dovremmo riuscire a identificarci con le donne che temono di dover tornare all’insicurezza degli aborti illegali.

Inoltre, il transfemminismo dovrebbe imparare dal movimento per la salute delle donne. La ricerca dedicata a questioni di salute di particolare interesse per le donne, come il cancro al seno, non è nata dal nulla. È stato attraverso un attivismo vigoroso e l’autoeducazione collettiva, che queste questioni sono arrivate ad essere prese seriamente. Prendendo atto del fatto che la comunità medica ha storicamente fallito nel far fronte in modo adeguato alle preoccupazioni delle donne sulla propria salute, il transfemminismo non può aspettarsi che le persone in posizione di potere prendano seriamente le preoccupazioni in termini di salute delle donne trans. Questo è il motivo per cui dobbiamo partecipare al movimento per la salute delle donne ed espanderlo.

Richiamare le analogie con il movimento per la salute delle donne risolve anche il dilemma strategico sulla patologizzazione dell’identità di genere. Per molti anni le persone trans hanno discusso tra di loro se fosse opportuno o meno richiedere la de-patologizzazione del disturbo dell’identità di genere, che è attualmente un prerequisito per alcuni trattamenti medici. È stata una questione che ci ha divise perché la patologizzazione del disturbo dell’identità di genere permette ad alcune di noi di sottoporsi a interventi medici, anche se, al tempo stesso, ci stigmatizza e nega la nostra autodeterminazione. Prima delle critiche femministe alla medicina moderna, i corpi femminili venivano considerati “anormali” dallo standard maschio-centrico del sistema medico che aveva come risultato la patologizzazione di esperienze femminili del tutto ordinarie come mestruazioni, gravidanza e menopausa; è stato il movimento per la salute delle donne che ha costretto la comunità medica ad accettare il fatto che sono parte delle comuni esperienze umane. Il transfemminismo insiste sul fatto che la transessualità non è una malattia o un disordine, ma fa parte dell’ampio spettro dell’esperienza umana comune, tanto quanto la gravidanza. Non è quindi contraddittorio chiedere che il trattamento medico per le persone trans sia reso più accessibile e, allo stesso tempo, de-patologizzare il “disturbo dell’identità di genere”.

È ora di agire

Nonostante abbiamo sperimentato il rifiuto più del dovuto sia all’interno che all’esterno delle comunità femministe, coloro che sono rimast* i/le nostr* miglior* alleat* sono comunque stat* femministe, lesbiche e altre soggettività queer. Il transfemminismo afferma che è inutile discutere, a livello intellettuale, su chi è e su chi non è inclus* nella categoria “donne”: dobbiamo agire, ora, e costruire alleanze.

Ogni giorno subiamo molestie, discriminazioni, aggressioni e abusi. Non conta quanto bene impariamo a passare per donne, l’invisibilità sociale dell’esistenza trans non ci proteggerà quando tutte le donne saranno sotto attacco. Non riusciremo mai a vincere se giochiamo secondo le regole sociali che normano come le donne dovrebbero comportarsi, abbiamo bisogno del femminismo tanto quanto le donne non-trans, se non di più. Come transfemministe siamo orgogliose della tradizione delle nostre antenate femministe e portiamo avanti la loro lotta nelle nostre vite.

Il transfemminismo è convinto che una società che rispetta le identità cross-gender coincida con una società che tratta equamente le persone di tutti i generi; la nostra esistenza, infatti, viene vista come un problema solo quando si dà una rigida gerarchia di genere. Con questa convinzione, è essenziale per la nostra sopravvivenza e dignità reclamare il nostro posto nel femminismo, non in maniera minacciosa o invasiva, ma in modi amichevoli e cooperativi. Il sospetto e il rifiuto iniziali da parte di alcune istituzioni femministe esistenti sono normali, soprattutto se si tiene conto che queste ultime sono state tradite tantissime volte da uomini auto definitisi “pro-femministe”. È attraverso la nostra perseveranza e impegno ad agire che il transfemminismo trasformerà la portata del femminismo in una visione del mondo più inclusiva.

Poscritto a Cogliere un’onda: rivendicare il femminismo nel ventunesimo secolo

Ho scritto il Manifesto Transfemminista nell’estate del 2000, soltanto un paio di mesi dopo essermi trasferita a Portland, aver incontrato comunità transgender e transessuali e iniziato a esplorare le intersezioni tra il femminismo e le esperienze trans. Suppongo di essere stat* ingenu*, ma inizialmente sono rimast* sorpres* quando ho scoperto che circolavano sentimenti anti-trans tra alcune femministe e sentimenti anti-femministi tra certe persone trans, perché le persone trans che avevo conosciuto erano il tipo di persone che rispetto sia come femministe che come attivist* trans. Ho scritto questo manifesto con l’obiettivo di elaborare una teoria femminista che fosse decisamente pro-trans e un discorso trans che fosse radicato nel femminismo. Penso di esserci riuscit*.

Tuttavia, questo manifesto presenta dei problemi che mi rendono in parte insoddisfatt*. Nelle varie revisioni che ho fatto nel corso degli ultimi due anni ho sistemato alcuni dei problemi minori, ma rimangono intatti problemi più grandi che non possono essere corretti senza riscrivere l’intero pezzo. Penso, però, sia importante spiegare quali siano questi problemi e perché si siano insinuati nel manifesto. Due di questi,  di più ampia portata, sono:

– L’attenzione eccessiva dedicata alle persone trans MtF a scapito dei trans FtM e di altre persone che si identificano come transgender o genderqueer (N.d.T. genderqueer indica una persona con un’identità di genere che non si riconosce nell’opposizione binaria maschio/femmina, ma ritiene che l’identità di genere sia l’espressione di uno spettro infinito di possibilità). Mi assumo la piena responsabilità del fatto che questo manifesto sia fortemente focalizzato su questioni che riguardano le persone transessuali MtF, mentre trascura difficoltà specifiche a cui vanno incontro le persone trans FtM o altre persone transgender e genderqueer. Al tempo in cui ho scritto questo articolo, avvertivo l’esigenza di limitare il focus del femminismo alle “donne” perché temevo che un’estensione del campo avrebbe permesso a uomini non-trans di sfruttare il femminismo per i loro interessi, come effettivamente fa qualche gruppo in favore dei cosiddetti diritti degli uomini. Anche se continuo a pensare che questa paura sia giustificata, adesso ho realizzato che privilegiare le questioni delle donne transessuali a spese delle altre persone trans e genderqueer è stato un errore.

– Un’analisi intersezionale insufficiente. Il manifesto si concentra prevalentemente sull’intersezione tra sessismo e oppressione delle persone trans, tuttavia non si occupa di come questi temi si intersechino con altre ingiustizie sociali. Per esempio, il manifesto fa riferimento alle critiche mosse dalle donne non bianche al razzismo delle donne bianche nel contesto del movimento femminista, ma non si sofferma su come le donne trans possano diventare alleate delle donne non bianche. Anche qui, ho esitato a spostare l’attenzione dal sessismo perché nel periodo in cui stavo scrivendo questo manifesto temevo di ricevere critiche da parte di altre femministe (non-trans). Ora, invece, concordo con l’idea che una teoria femminista che non fa i conti con il razzismo, il classismo, l’abilismo, ecc. che circolano tra le donne è incompleta e riconosco, quindi, che questo manifesto è incompleto.

Sebbene si tratti di critiche molto diverse tra loro, entrambe hanno la stessa origine: l’idea che le femministe debbano occuparsi principalmente – talvolta esclusivamente – dell’oppressione che ogni donna sperimenta. In questa concezione, problematiche come il razzismo e il classismo possono essere affrontate solamente quando farlo favorisce la battaglia contro il patriarcato – per esempio, parlando del razzismo degli uomini bianchi nei confronti delle donne non bianche – ma non quando farlo è visto come “divisivo” per il movimento delle donne, o piuttosto, quando ne svela le divisioni nascoste. Questo manifesto in larga misura si situa all’interno di tale traiettoria senza rimetterne in discussione le implicazioni razziste, classiste, ecc., e, per questo, merita di essere criticato. Ora mi sono res* conto che quando ho scritto il manifesto non mi sentivo sald* a sufficienza nelle mie stesse convinzioni per assemblare più questioni e ho ceduto alla paura di venire criticat* per aver annacquato il femminismo. È stato attraverso la solidarietà maturata negli ultimi due anni con altre potenti donne non bianche, donne della classe operaia e donne con disabilità, che ho potuto liberarmi da questo timore.

Ho pensato di scrivere un nuovo manifesto per affrontare queste e altre intuizioni che ho avuto dal 2000 ad oggi, con la sicurezza e la chiarezza che ho ora, ma per il momento lascio il compito ad altr*. Se ne scriverete uno, per favore mandatemelo.

Bonus: femminismo razzista alla National Women’s Studies Association

Emi Koyama

28 giugno 2008

A marzo mi è stato chiesto di intervenire al “tribute panel” dedicato al femminismo nero e in particolare alla vita e alle opere di Audre Lorde nell’ambito della National Women’s Studies Association. Mi sentivo onorata – e anche piuttosto intimorita – al pensiero di essere stata scelta per parlare dell’importanza delle opere di Audre Lorde nella mia vita e nel movimento femminista in generale. Erano state invitate a partecipare anche Kaila Adia Story (Università di Louisville) e Melinda L. de Jesus (California College of the Arts).

Sono entrata per la prima volta in contatto con i testi di Audre durante un corso di Women’s Studies al mio secondo anno di college. Per tutto un semestre, le/gli studenti dovevano leggere diversi articoli ogni settimana, per poi discuterne in classe e scrivere alcune riflessioni legate a tali letture. Ogni volta, settimana dopo settimana, la maggior parte del materiale assegnato era scritto da donne bianche, borghesi ed eterosessuali (se non, a volte, “lesbiche politiche”) e per me era difficile identificarmi nella gran parte delle questioni che venivano discusse. Continuavo a scrivere che non mi rivedevo nella lettura, ma non mi rendevo conto che questo avesse a che fare con la selezione del materiale. Mi sentivo in colpa per la mia reazione così “negativa” al femminismo e alle femministe.

Verso la fine del semestre una settimana venne dedicata alle opere di “donne di colore” [N.d.T. Utilizziamo qui ‘donne di colore’ perché riteniamo che il titolo originario della settimana fosse questo; nel testo, invece, abbiamo ritenuto di utilizzare ‘non bianche’ per definire, in modo non offensivo, le varie soggettività che non si rispecchiano nella bianchezza né nella dicotomia bianco/nero] (proprio così, un’intera settimana, evviva!). Se ricordo bene, si trattava di alcuni brani dall’antologia This Bridge Called My Back (la dichiarazione del Combahee River Collective e, credo, uno dei pezzi di Cherrie Moraga) e Sorella Outsider di Audre Lorde. Questi erano articoli con i quali, per la prima volta, riuscivo a entrare in connessione. Davano voce ai miei sentimenti di alienazione e frustrazione, che prima non riuscivo a inquadrare fino in fondo. E sebbene fosse solo una settimana, su un intero semestre, e si trattasse probabilmente della peggior forma di concessione esclusivamente simbolica all’interno della disciplina, questi articoli hanno fatto nascere la mia dedizione al femminismo e ai Women’s Studies, dedizione che dura tutt’oggi. Se non fosse stato per Sorella outsider, non so se oggi sarei una femminista.

Eppure una settimana non è stata sufficiente per acquisire la sicurezza e la forza che mi servivano per dire la mia quando mi ritrovavo circondata da femministe bianche e borghesi che sembravano ignorare quanto le loro azioni e le loro parole, razziste e classiste, causassero dolore e tristezza. Non era sufficiente leggere le opere di Audre e di altre come lei; quello di cui davvero avevo bisogno era costruirmi attorno un sistema di supporto, con persone di ogni etnia e genere che avessero a cuore la giustizia in ogni ambito della società e che si impegnassero a responsabilizzarsi a vicenda in modo empatico.

Nell’estate del 2000 mi sono trasferita a Portland, nell’Oregon (la prima metropoli in cui ho trascorso la mia vita adulta). Il giorno successivo al mio arrivo ho conosciuto Diana Courvant, una donna bianca transessuale che aveva fondato il Survivor Project per rispondere alle necessità delle persone trans e intersex sopravvissute a violenza domestica e sessuale. Essendo io stessa una sopravvissuta con una storia complessa per quanto riguarda genere e identità sessuali, mi sono unita subito al progetto.

Eppure mano a mano che conoscevo Diana, scoprivo che non tutte le femministe accettavano le persone trans. Al contrario, per un periodo lei stessa si era trovata in mezzo a una disputa da incubo all’interno della comunità lesbica femminista di Portland, di cui poi aveva parlato nel saggio “Speaking of Privilege” (in “This Bridge We Call Home”, curato da Gloria Anzaldua e AnaLouise Keating). Per farla breve: Diana era stata invitata a un ritiro femminista per sole donne nella foresta dell’Oregon, che, dopo che lei aveva accettato di partecipare, aveva istituito una politica che impediva l’accesso a persone dotate di pene, escludendo così le donne transessuali che non si erano sottoposte alla riassegnazione chirurgica del sesso. Diana aveva quindi declinato l’invito, organizzando però un workshop su tematiche trans appena fuori dal perimetro, con l’aiuto di alleate non trans. Il workshop aveva avuto successo, ma si era sparsa la voce che poco dopo lei si fosse introdotta nel perimetro del ritiro e si fosse denudata. La voce era ovviamente falsa, ma estremamente offensiva.

Proprio in reazione a questo clima generale scrissi il “Manifesto Transfemminista”, più tardi pubblicato nell’antologia Catching a Wave: Reclaiming Feminism for the 21st Century, curato da Rory Dicker e Alison Piepmeier. Il manifesto affrontava vari temi femministi, come la contraccezione, la salute sessuale e riproduttiva e la violenza contro le donne, e discute di come le donne transessuali condividano molte delle preoccupazioni delle altre donne. Volevo scrivere una teoria femminista che contrastasse l’argomentazione secondo la quale le donne transessuali sono così diverse dalle altre donne, che non c’è posto per loro nel movimento femminista (o che il femminismo sia inutile per le donne transessuali). Volevo fornire delle argomentazioni facili da ripetere, in modo che le femministe pro-trans potessero usarle per combattere l’ipocrisia e le falsità che si dispiegavano contro le donne transessuali. E in questo senso, penso che il “Manifesto” sia stato un successo.

Tuttavia, il Manifesto presentava degli aspetti disturbanti. Nello sforzo di creare un’alleanza fra donne transessuali e donne cisgender, il saggio trascurava le lotte degli uomini transessuali e delle altre persone transgender e genderqueer che non si identificano come “donne”, eccetto quei casi in cui era utile includerle. Il testo mancava anche di un’adeguata analisi intersezionale: ovvero, di come opinioni e oppressioni transfobiche si uniscano e complichino altre oppressioni oltre al sessismo – inclusi, soprattutto, razzismo e classismo. Tuttavia, di fatto, il saggio si ispirava alle opere di donne non bianche per argomentare determinate posizioni — come per esempio quella per cui la specificità delle esperienze delle donne transessuali non dovrebbe essere ragione di esclusione, in quanto questo presupporrebbe l’esistenza di un’unica esperienza femminile universale, cosa che chiaramente non esiste – senza però contribuire alla riflessione su come l’inclusione di soggettività trans aiuti a combattere il razzismo e altre forme di oppressione.

Il fatto è che, quando scrissi questo saggio, mi ero trasferita da soli tre mesi in una nuova città, e non ero ancora completamente consapevole del disagio che mi provocava il femminismo bianco che riempiva nove delle dieci settimane del corso Introduction to Women’s Studies. Al tempo stesso, non mi sentivo abbastanza sicura di me per mettere in discussione l’idea che il femminismo significasse semplicemente difendere i diritti delle donne e combattere il sessismo – e nient’altro. In breve, quella che scrissi era una versione del femminismo bianco, modificata quel tanto che bastava per includere le donne transessuali. Allora mi sembrava l’unico modo sicuro di elaborare una teoria femminista in grado di migliorare la posizione delle donne transessuali all’interno del femminismo. Gli anni seguenti li passai a incontrare sempre più persone che avevano come obiettivo comune la giustizia per tutte le soggettività, così come a sviluppare la consapevolezza necessaria a “trasformare il silenzio in linguaggio e azione”, utilizzando le famose parole di Audre. Nel paragrafo seguente parlerò proprio di uno di questi silenzi che è stato trasformato in linguaggio e azione.

L’invito a parlare durante il panel istituito per onorare l’eredità di Audre Lorde recitava: “La NWSA (National Women’s Studies Association ) ha il piacere di offrirle la partecipazione gratuita alla conferenza per ringraziarla per il suo tempo e la sua competenza. Sfortunatamente, tuttavia, l’associazione ha un budget limitato e non potrà coprire le sue spese di viaggio”. Io, però, non sono un’accademica, e senza un contratto stabile non posso permettermi di spendere centinaia di dollari solo per intervenire a una conferenza. Risposi spiegando la mia situazione e chiedendo un contributo per poter partecipare alla conferenza, ricevendo nuovamente in risposta dalla direttrice esecutiva: “La NWSA può pagarle la quota di iscrizione e registrazione; ovviamente ci piacerebbe poter fare di più”.

Cominciai a parlarne con alcune componenti del Direttivo dell’associazione, che conoscevo, e chiesi loro di farmi da portavoce; inviarono delle e-mail alla direttrice, ma la risposta fu identica. Inoltre venni a sapere che l’anno precedente la NWSA aveva invitato un’altra attivista che stimo moltissimo, impegnata da tempo sui temi della giustizia sociale per le persone queer, la quale dovette declinare l’invito a causa della indisponibilità dell’organizzazione di coprire le spese di viaggio.

Avrei potuto declinare anch’io l’invito, ma a quel punto la NWSA avrebbe continuato a tentare di sfruttare, di anno in anno, gli/le attiviste mentre fingeva di onorare e supportare il loro lavoro senza  nessuna contestazione. Decisi  di fare qualcosa di diverso: scrissi alla WMST-L (una mailing list internazionale di studi sulle donne con migliaia di iscritte), spiegando la situazione e chiedendo alle persone di scrivere alla NWSA per protestare contro questa prassi e donare un po’ di soldi affinché io potessi partecipare alla conferenza.

In pochi giorni ricevetti circa una dozzina di offerte di donazione e, a quanto pare, circa altrettante persone scrissero alla direttrice esecutiva della NSWA, anche persone del direttivo. Fra le più accanite sostenitrici c’erano la presidenta del Lesbian Caucus Lisa Burke, la co-presidenta del Women of Color Caucus Pat Washington e la rappresentante del Bisexual-Transgender Interest Group Joelle Ruby Ryan. A questo punto però la situazione divenne ridicola. A quanto pare, la direttrice esecutiva informò alcune delle mie sostenitrici che mi era già stata messa a disposizione una camera d’albergo a spese della NWSA, insinuando implicitamente che ero stata disonesta o che stavo architettando un piano per diffamare delle studiose femministe benintenzionate. Pensando che la direttrice avesse cambiato idea e avesse deciso di contribuire almeno a parte delle spese, ricontattai la NWSA solo per sentirmi rispondere che nulla era cambiato e che le spese erano ancora a mio carico (seppur con l’aiuto di molte sostenitrici).

Ricevetti donazioni sufficienti per coprire la maggior parte delle spese, quindi volai a Cincinnati per partecipare al tribute panel. Nel mio discorso parlai di come avevo scoperto l’opera di Audre Lorde, quanto fosse stata importante per me, ma anche di quanto non fosse sufficiente leggere i suoi libri per sentirsi davvero emancipate. Lessi la postfazione che scrissi per il “Manifesto transfemminista” e raccontai come quel pezzo riflettesse un momento della mia vita in cui stavo negoziando cautamente la mia posizione all’interno del femminismo. Parlai poi del panel stesso, e di quanto fossi profondamente combattuta sul partecipare o meno a una celebrazione di Audre Lorde e del suo lavoro, dal momento che la struttura stessa del forum tradiva la sua eredità.

Dissi che mi chiedevo, se Audre fosse stata ancora qui, se avrebbe accettato l’invito a parlare a questa conferenza a condizioni così umilianti. Audre non lo meritava, e questo tribute panel non era il modo più adatto di onorare e commemorare il suo contributo agli studi delle donne. Dissi anche che una delle ragioni per cui mi sentivo così indecisa se parlare in questa occasione, era dovuta alla paura che la mia presenza alla conferenza potesse contribuire a legittimare ciò che era fondamentalmente illegittimo.

Audre stessa affrontò circostanze simili nel 1979 quando fu invitata a parlare in occasione dell’“unico panel [della Seconda conferenza sul sesso, tenutasi  alla New York University] nel quale il contributo delle femministe e lesbiche nere fosse rappresentato” anche se accettò l’invito “mettendo in chiaro che avrebbe commentato articoli riguardanti il ruolo della differenza nella vita delle donne americane”, cosa che non sarebbe stata possibile “senza un contributo significativo da parte delle donne povere, delle donne nere e del Terzo Mondo e delle lesbiche”. Il suo discorso, intitolato “Gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone”, incluso in Sister Outsider, è tanto famoso quanto poco compreso.

Quando Audre parlava degli “strumenti del padrone”, ciò a cui si riferiva era la riluttanza delle femministe bianche, etero e della classe media, a riconoscere le differenze esistenti tra le donne in base alle linee di razza, classe, sessualità, ecc. Poiché non riescono a cogliere la forza che può provenire dal riconoscimento delle differenze, non solo tra donne bianche e nere, ma anche tra donne nere – perché gli organizzatori non coinvolsero diverse donne non bianche, come se si aspettassero che Audre rappresentasse tutte le donne nere? – Lorde sostiene che molte femministe bianche siano complici del fatto che il patriarcato razzista e omofobico prosperi.

In un altro testo, anche questo parte di Sorella Outsider, Audre dichiarò che non avrebbe mai più parlato di razzismo alle donne bianche. Ovviamente non fu l’ultima volta che lo fece, ma non ho dubbi sul fatto che abbia combattuto spesso con la voglia di arrendersi. Parte della ragione per cui alla fine decisi di partecipare alla conferenza e di parlare al tributo è stata realizzare di trovarmi sulle spalle di Audre Lorde e delle sue contemporanee, molte delle quali sono ancora vive, anche se molte se ne sono andate. Il panel ha avuto grande successo e la discussione che ha coinvolto le relatrici e il pubblico è durata quasi tre ore, anche se inizialmente la durata prevista era di soli 75 minuti.

Nel corso dell’assemblea delle delegate il giorno successivo, Lisa Burke del Lesbian Caucus si fece avanti. La direttrice esecutiva le aveva promesso che si sarebbe “occupata” della mia situazione, il che significava che la NWSA mi avrebbe fornito almeno l’alloggio per la conferenza, cosa che in qualche modo non successe. La direttrice sostenne che l’NWSA in effetti aveva prenotato una stanza per me, pagata tramite il proprio conto, e accusò la sua assistente, una donna nera che non era presente nella stanza, del “problema di comunicazione”. Lisa protestò per questa ricerca di un capro espiatorio e chiese all’organizzazione di rimborsarmi le spese di alloggio e di presentare scuse ufficiali. Tutte le delegate votarono a favore della mozione. La risoluzione mi fece quasi sentire in colpa, in parte perché un’altra donna non bianca mi era stata messa contro ed era stata incolpata di tutto, e in parte perché il pensiero di una stanza da 170 dollari lasciata vuota per me era uno spreco enorme a cui non volevo pensare.

La mattina dopo chiamai l’hotel per verificare quanto la NWSA avesse pagato per la stanza che io non sapevo mi fosse stata riservata, ma il receptionist mi informò che non c’era alcuna traccia di prenotazione per nessuna delle notti passate. C’era una remota possibilità che NWSA avesse prenotato in un altro hotel nei dintorni, perché l’hotel della conferenza era pieno. Ma non mi sembra verosimile, specialmente perché l’organizzazione non aveva idea di quando io sarei arrivata a Cincinnati o tornata a casa. È troppo deprimente pensare che la direttrice esecutiva di un’istituzione femminista nazionale sia coinvolta in un tale groviglio di disonestà e razzismo mentre allo stesso tempo organizza e ospita un tributo all’eredità di Audre Lorde.

In un certo senso, il  tribute panel si è rivelato la perfetta commemorazione dell’eredità di Audre. Ha esposto la triste realtà di ciò che Audre chiama “femminismo razzista”, che si nasconde dietro la superficiale retorica pubblica dell’anti-razzismo. Il che ha suscitato emozioni intense, inclusa la rabbia, che abbiamo cercato di incanalare in usi costruttivi. Abbiamo reso omaggio ad Audre nel modo migliore che potevamo, non attraverso la lettura di alcuni articoli accademici su di lei, ma nell’essere appassionatamente impegnate nella lotta contro l’oppressione di tutte le persone. Spero di aver fatto la mia parte per renderla orgogliosa.

 

 

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