QUEERIZZARE LA DIFFERENZA DI SPECIE -SECONDA PARTE

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HABITATS ARE LIMITED

In Habitats are Limited, porto avanti la mia ricerca sulle espressioni incarnate di ecologia queer. Habitats are Limited esplora, utilizzando sia stampe 2D che installazioni, l’empatia queer verso gli animali attraverso una modalità gestuale. All’inizio del progetto, le/i partecipanti riflettono sulle proprie esperienze di marginalizzazione in quanto soggetti queer, persone considerate come intruse che invadono e interrompono gli habitat eteronormativi. Ho chiesto alle/i partecipanti di utilizzare questa esperienza di emarginazione come punto di partenza per sviluppare una forma di empatia interspecie. Ogni partecipante ha quindi scelto una specie e ha successivamente realizzato un autoritratto con un gesto che dà conto dell’emozione provata per quella specie. Le fotografie raccolte sono diventate la fonte primaria di materiale per Habitats are Limited, in tal modo proseguendo le mie esplorazioni delle zone di contatto interspecie.

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Habitats are Limited (wolves), 2013

Ho poi messo insieme a questa raccolta di autoritratti queer, i ritratti di animali disegnati a mano. I ritratti queer mantengono elementi fotografici in tutte le espressioni del progetto, in modo da sottolineare la qualità documentale delle immagini, le quali formano allo stesso tempo un archivio delle comunità e dell’ecologia queer. Il progetto è iniziato nel 2013 con alcune stampe su carta, come si vede in Habitats are Limited (wolves) e Habitats are Limited (buffalo). Anche se le stampe risultanti appaiono troppo controllate, sono state utili nel dare l’avvio a questa indagine estetica di ritratti empatici interspecie caratterizzati dall’utilizzo della tecnica mista, nella quale ho utilizzato elementi fotografici e disegno a mano. Nelle stampe su carta, i soggetti umani sono realizzati come foto-litografie in bianco e nero, mentre gli animali sono resi in disegni a china serigrafati con colori vivaci.

Queste scelte formali evidenziano la rifrazione di questi animali irrealisticamente colorati, che ha luogo attraverso i miei tentativi umani di rappresentazione. Nel momento in cui entrano nelle mie stampe, gli animali diventano una presenza rifratta, creature influenzate dalle mie stesse proiezioni umane di soggettività e relazionalità.

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Habitats are Limited (bison), 2013

Nella serie successiva di ritratti per Habitats are Limited, ho trasformato le immagini in stampe digitali a grandezza naturale da installare a parete. Nell’installazione della galleria, ho fatto alcuni esperimenti con le variazioni di scala, giustapponendo ritratti umani di grandi dimensioni a versioni più piccole dei ritratti animali. Le variazioni di scala indicavano il predominio umano nei rapporti ecologici, di pari passo con la progressiva e costante distruzione che il nostro habitat, sempre più vasto e foriero di rifiuti tossici, esercita nei confronti degli habitat di altre specie. Tali questioni si riflettono immediatamente nelle specie scelte per l’installazione della galleria di Elizabeth Catlett. La gru canadese e il grizzly sono due specie gravemente colpite dalla riduzione degli habitat negli ultimi 100 anni.

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Habitats are Limited, Gallery installation, 2013

Al fine di creare un ambiente più dinamico per i ritratti e promuovere un dialogo con la comunità, nella primavera del 2014 Habitats are Limited si è evoluta in un’installazione residenziale presso il Macbride Raptor Project a Solon, in Iowa. Il Macbride Raptor Project è un’organizzazione, ospitata all’interno di un parco nazionale, che si occupa di salvaguardare gli uccelli rapaci nel loro habitat naturale. Il progetto, che ospita gli uccelli salvati che non possono tornare in libertà e si occupa della riabilitazione dei rapaci feriti, costituisce un esempio di istituzione educativa che offre uno spazio per le interazioni tra le specie. Attraverso la collaborazione con Jodeane Cancilla, direttrice del Raptor Project, abbiamo organizzato un evento durante l’installazione di Habitats are Limited, invitando la comunità più ampia a prendere parte a un dibattito in evoluzione sull’utilizzo degli habitat e sui problemi ecologici locali.

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Habitats are Limited – Raptor Center Installation Detail, 2014

Per l’installazione del Raptor Project, i ritratti sono stati serigrafati a grandezza naturale su plexiglas e installati nei boschi. La cultura dominante ci spinge a considerarci come esseri il cui habitat è la società umana, ossia un mondo di relazioni sociali intrecciate esclusivamente con altri esseri umani. L’installazione ha contestualizzato le stampe in alcuni ambienti ed ecosistemi naturali per rimarcare le relazioni di interdipendenza che manteniamo con tutte le specie sulla terra. Dato che gli esseri umani incidono sulla maggior parte degli ecosistemi, l’installazione dell’opera nei boschi ha posto in rilievo il fatto che la nostra specie prende parte sia all’utilizzo che alla distruzione degli habitat.

Habitats are Limited – Raptor Center Installation Detail, 2014

Per portare avanti la riflessione collettiva su questi problemi, all’evento hanno partecipato anche tre relatori. Jodeane Cancilla ha presentato una breve storia degli effetti del settore agroalimentare sulla diversità degli habitat e sul paesaggio dello Iowa. Mary Trachsel, docente di Retorica presso l’Università dello Iowa, ha descritto i cambiamenti che ha visto verificarsi nella biodiversità dello Iowa negli ultimi 50 anni e ha parlato dell’importanza di sensibilizzare sull’ambiente nell’ambito dell’istruzione. Inoltre, Vanessa Fixmer-Oraiz, una partecipante al progetto dei ritratti queer, ha raccontato la sua esperienza e ha spiegato i potenziali adattamenti umani ai cambiamenti climatici.

Habitats are Limited – Raptor Center Installation, Event documentation, 2014

I membri del pubblico sono poi stati coinvolti in un’attività partecipativa, durante la quale hanno risposto per iscritto alle seguenti domande:

 Indica il nome di un animale o di una specie alla quale ti senti particolarmente legat*, ad esempio compare spesso nei tuoi sogni, ci pensi spesso, hai avuto con ess* un’intensa esperienza nella vita reale.

 Indica il nome di una specie alla quale ti senti vicino in quest’epoca di cambiamenti climatici, in cui le specie sono in pericolo d’estinzione.

 Indica il nome di una specie con la quale senti di avere un rapporto di interdipendenza, ossia riconosci che la tua vita si intreccia ad essa e che quest’ultima contribuisce alla tua sopravvivenza.

 Scegli una delle specie sopra indicate e spiega in poche righe perché l’hai scelta.

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Habitats are Limited – Raptor Center Installation, Event documentation, 2014

Le risposte sono state poi condivise in forma anonima e sono diventate il punto di partenza di un animato dialogo sui cambiamenti climatici e sul nostro rapporto con il mondo animale. Le persone hanno condiviso storie personali, come la seguente: “Quando ero giovane ho imparato a parlare con i corvi. Non saprei dire l’argomento delle nostre conversazioni, ma so imitare le vocalizzazioni dei corvi e gli uccelli rispondono”. Altr* hanno condiviso prospettive politiche e racconti storici. Uno dei partecipanti ha scritto: “Ho scelto il lupo grigio. Penso che la sua scomparsa sia un grande esempio dell’ignoranza umana. Viene cacciato per sport, è ritenuto un animale feroce, più utile da morto che da vivo, eppure senza di esso l’ecosistema va in rovina. Spero che i lupi possano tornare”. Le risposte sono state raccolte come potenziale materiale per progetti futuri. L’evento è stato inoltre registrato grazie a un progetto video di Kristen DeGree, che presenta la fase di produzione dell’installazione artistica, la storia del progetto e la documentazione della manifestazione stessa.

MOUNTING EVIDENCE

Le rappresentazioni predominanti del mondo animale avallano una normalizzazione onnicomprensiva multispecie dell’eterosessualità. Questi ritratti, che raffigurano la naturacultura che si presume eteronormativa, non sono soltanto sbagliati, ma anche ingannevoli. I pregiudizi culturali dei biologi e degli zoologi estendono l’emarginazione della queerness nelle società umane alla ricerca sul comportamento degli animali, determinando un ulteriore isolamento delle comunità queer umane. Allo stesso tempo, le diatribe di stampo conservatore indicano spesso la queerness come un fatto innaturale o contro natura. Tuttavia, la queerness è un aspetto incredibilmente “naturale” nel comportamento animale: i biologi hanno documentato oltre 1.500 specie che mostrano identità e/o comportamenti queer.

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Immagini dal video Mounting Evidence, 2014

I documentari sulla natura continuano a essere uno degli strumenti più diffusi per diffondere le percezioni eteronormative del comportamento animale. Ricorrendo a materiali tratti da alcuni documentari naturalistici, Mounting Evidence reinterpreta i filmati eterosessisti ed eteronormativi per porre in primo piano la relazionalità queer in specie diverse. La narrazione da parte di un soggetto evidentemente post-coloniale, dà conto in maniera pacata delle sessualità e identità di genere queer di numerose specie.

Nel suo saggio Eluding Capture: The Science, Culture and Pleasure of Queer Animals, Stacy Alaimo esplora le potenzialità insite nell’animalità queer e nel desiderio animale allo scopo di decostruire le categorie epistemologiche repressive. Attraverso questa lente, la diversità sessuale umana entra a far parte di una più grande biodiversità. Gli studi che mettono in luce il bestiario queer spezzano il giogo omofobo che grava su molti documentari naturalistici e saggi di biologia, due generi che spesso inscrivono tutta la sessualità animale all’interno di un impulso alla procreazione per la sopravvivenza delle specie. In Mounting Evidence, viene riportata alla luce la diversità sessuale degli animali, dal momento che “l’eteronormatività ha danneggiato e limitato la

conoscenza scientifica nel campo della biologia, dell’antropologia e in tanti altri campi”.[1] 

Immagini dal video Mounting Evidence, 2014

Alaimo adotta il termine coniato da Donna Haraway, naturacultura, in quanto esso riconosce le diverse soggettività e socialità che si rintracciano in altre specie. Per Alaimo, nell’etica ambientale è urgente “riconoscere gli animali come esseri culturali, coinvolti in organizzazioni sociali nelle quali agiscono, interagiscono e comunicano”.[2] Gli animali cessano di essere semplicemente il referente per l’umano o organismi necessari al funzionamento di diversi ecosistemi, ma diventano soggetti sociali, che vivono in comunità, con culture elaborate e sviluppate. Questo riconoscimento consente, ancora una volta, di considerare le soggettività degli animali come potenziali alleate.

Immagini dal video Mounting Evidence, 2014

Rivelando a poco a poco le istanze queer del video, all’inizio Mounting Evidence conquista l’osservatore con filmati di alta qualità e una narrazione poetica. Lentamente, attraverso l’inserimento di effetti sonori assemblati e la sovrapposizione di animazioni disegnate a mano, le convenzioni del documentario naturalistico iniziano a venire meno. In un segmento sulle foche leopardo, mentre due esemplari maschi iniziano a girare l’uno attorno all’altro stretti in cerchio, in un elaborato rituale di corteggiamento, subentra una musica da discoteca, in un crescendo d’intensità. L’atmosfera sognante in cui si assiste all’amore e alla sensualità degli animali prosegue mentre varie clip compaiono in rapida successione sullo schermo raffigurando momenti di affetto tra varie specie. I titoletti, che esplicitano le istanze del film, interrompono questa atmosfera, specificando che:

Tutte le specie in questo video mostrano comportamenti queer, omosessuali e/o transessuali. Questi comportamenti sono stati osservati dai ricercatori e riportati in varie riviste scientifiche soggette al meccanismo della peer review. Eppure, la diversità nella sessualità animale è stata sistematicamente ignorata dalla maggior parte degli autori di documentari sulla natura. È risaputo che oltre 1.500 specie mostrano comportamenti omosessuali, queer o bisessuali, oltre che caratteristiche intersessuali o transgender.

Mounting Evidence, che si conclude con alcune animazioni disegnate a mano di sessualità queer tra animali, accompagnate da affermazioni pronunciate dagli animali stessi, evita i filmati che raffigurano un coinvolgimento erotico effettivo, per timore che l’atto sessuale possa mettere in secondo piano lo sviluppo della soggettività degli animali all’interno del film.

Immagini dal video Mounting Evidence, 2014

Abitare un bestiario queer offre un profondo appagamento tra specie affini che “sfuggono modalità perfette di cattura”.[3] Quell* di noi che hanno lottato per affermare la propria identità in culture omofobe e repressive, non si stupiscono dell’assenza di classificazioni scientifiche che rappresentino l’abbondante diversità del mondo naturale. Nel prendere in esame l’assenza di genere nella rappresentazione degli animali, Mel Chen afferma che “una creatura senza genere rappresenta una minaccia per il buon funzionamento della società eteronormativa, che si basa appunto su un’organizzazione di genere consolidata.”[4]

Gli animali sono, da un lato, ipersessualizzati, dall’altro sprovvisti di genere, trans, al di fuori del binarismo. Può l’alleanza tra queer e animali rivelarsi non soltanto incoraggiante, poiché in grado di spezzare l’isolazionismo umano, ma anche strategica? Così come i soggetti queer e i loro alleati sgretolano il binarismo di genere e le sue trappole, gli animali transgender e queer, sia biologicamente che epistemologicamente, possono rivelarsi un’alleanza proficua.

FERAL UTOPIAS: rendere animata la creazione queer del mondo

Le teorie sulla “creazione queer del mondo” di Jose Esteban Muñoz e l’idealismo critico espresso nel suo saggio Crusing Utopias: The Then and Now of Queer Futurity offrono la possibilità di riconcettualizzare opportunamente il pensiero utopico in chiave queer.[5] 

Muñoz descrive la “creazione queer del mondo” come intrappolata negli abomini del sistema capitalistico e, al tempo stesso, come indicatrice di nuove modalità di immaginazione, organizzazione e coesistenza oltre di essi. Muñoz non è interessato all’evasione o alla feticizzazione dell’utopia, ma rimane invece legato a istinti utopici che entrano in conflitto con le nostre realtà materiali. Questo impulso utopico è una forza generatrice, che riallinea relazionalità e intimità, ossia il modo in cui coesistiamo, coabitiamo, desideriamo e ci relazioniamo.

Feral Utopias sviluppa collettivamente questo scenario utopico, che tiene conto delle realtà materiali del tardo capitalismo e contemporaneamente mette in luce la resistenza feroce delle narrazioni e dei soggetti queer. Il progetto trae ispirazione in larga misura dalle indagini critiche che vedono l’America come una terra colonizzata, sin dai primi coloni, un territorio in cui la cultura e le politiche contemporanee sono plasmate da una storia di genocidio delle popolazioni native. Il mio progetto a tutto tondo, che si prefigge di salvare gli animali sia dalla sottomissione da parte della filosofia umanista, sia dalla mercificazione/dall’utilizzo contemporaneo da parte del mercato globale, intrattiene alleanze intersezionali. La cultura del capitalismo bianco e patriarcale che sottomette gli animali opprime al tempo stesso le donne, le persone queer, di colore, povere, disabili, le comunità indigene e così via. Queste intersezioni vibrano di potenzialità.

Documentazione fotografica di Feral Utopias, 2015

Nel suo saggio Undoing Nature: Coalition Building as Queer Environmentalism, Katie Hogan spiega come la natura e l’ambientalismo siano stati costruiti come ambiti bianchi e patriarcali. All’inizio i membri del movimento conservazionista statunitense erano spesso eugenisti convinti, i quali “credevano sia nella conservazione della purezza della natura e del patrimonio genetico, sia nel destino manifesto della razza bianca anglosassone di amministrare (e colonizzare) l’ambiente”. [6] Queste convinzioni diventarono evidenti con lo sterminio e la deportazione delle popolazioni indigene per creare il sistema dei Parchi Nazionali. Il riconoscimento del fatto che la storia del discorso ambientalista è “una potenziale zona di danni e pericoli” consente al progetto di Hogan di “[dare spazio] alle affinità tra l’ecologia critica e la teoria queer.”[7] Con il progressivo precipitare dei cambiamenti climatici, diventa urgente smantellare la retorica dominante dell’ambientalismo per dare luogo a intersezionalità e nuovi approcci all’ecologia e alla conservazione.

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Documentazione fotografica di Feral Utopias, 2015

Anche se non è incentrato sulle questioni ecologiche, Cruising Utopia chiarisce alcuni aspetti teorici fecondi per l’ecologia queer. Cruising Utopia si conferma quindi come un saggio critico di Muñoz contro le attuali tendenze anti-relazionali della teoria queer e le realtà delle politiche LGBT normalizzatrici e dominanti negli Stati Uniti. Criticando la natura blanda dell’individualismo capitalistico, Muñoz insiste sulla “necessità indispensabile di comprendere la queerness come una collettività”.[8] Attraverso l’esplorazione delle potenzialità intrinseche alle nuove alleanze biopolitiche, il mio lavoro si propone di mettere in discussione con quali individui la queerness costituisce una comunità e in che modo la soggettività animata viene definita all’interno di queste alleanze.

Feral Utopias è un’animazione multicanale con un brano audio realizzato a partire da alcune registrazioni svolte in studio da soggetti queer, e dalle scansioni di alcune incisioni del  XIX secolo realizzate dai coloni naturalisti per documentare i paesaggi nordamericani. I partecipanti queer al progetto hanno scelto una specie, sono stati intervistati in merito alle particolari affinità che sentono con tale specie e poi sono stati registrati mentre compivano movimenti fisici che rappresentavano la loro relazionalità a tale specie. Ai partecipanti è stato chiesto: Con quale specie vi sentite a casa? Mentre si mangiava insieme, abbiamo discusso collettivamente su come lo specismo entri in gioco nella storia coloniale, collocando questa ideologia insieme a quelle del patriarcato, del razzismo e del sessismo. Mentre i partecipanti approfondivano il racconto personale delle loro affinità interspecie, le loro storie venivano collocate all’interno di questa lotta in modo da recuperare un senso di appartenenza in una società umana che ci ha più volte comunicato che non siamo desiderati.

Documentazione fotografica di Feral Utopias, 2015

Feral Utopias riporta al centro le voci dai margini, e al tempo stesso mette in evidenza le realtà del paesaggio coloniale dei pionieri. Lo scenario speculativo mantiene dimensioni utopiche che non ignorano le realtà sociali e materiali del mondo attuale. Un coro di voci articola la diversità delle lotte dei partecipanti e delle modalità con cui si trovano a proprio agio nel mondo animale. Per entrare nella galleria, gli spettatori attraversano uno stretto varco d’ingresso con una carta da parati che raffigura incisioni di animali del XIX secolo. Il cambiamento fisico che ha luogo all’ingresso ricorda agli spettatori di assumere consapevolezza del proprio corpo mentre entrano in una realtà alternativa. Nella galleria risuona un accompagnamento audio che mescola stralci di narrazioni poetiche dei partecipanti a rumori ambientali. All’uscita gli spettatori trovano a disposizione un opuscolo che elabora ulteriormente le storie dei partecipanti.

Il concetto elaborato da Mel Chen di “alleanze improprie” va oltre le gerarchie animate, per creare “scambi relazionali tra umani e animali [che] possono essere codificati a livello di una mediazione ontologica, o di una trasformazione alchemica, in grado di andare al là di un vitalismo che infonda confini prestabiliti alla vita”.[9] Per Chen questi intrecci di soggettività sono combinazioni sovrabbondanti inter-animate che conferiscono a ogni identità la potenzialità di far esplodere la gerarchia animata e le rispettive soggettività limitate.

Gli attori di Feral Utopias espongono con semplicità l’origine delle proprie affinità interspecie, riconoscendo come queste “alleanze improprie” convalidino e trasformino le proprie soggettività. Harper parla della lucertola dalla coda a frusta come di un esempio di natura-cultura in cui il genere non binario non esiste. Egli afferma: “Invidio molto il loro mondo, dove non esistono patriarcato e dimorfismo sessuale… Sono senza genere, è meraviglioso”. In quanto persona che non si identifica nel binarismo di genere, Harper trova conforto nel pensiero della lucertola dalla coda a frusta e ne ammira l’esperienza di vita nella quale “si limitano a starsene sdraiate al sole e non conoscono il genere.” Fidencio ha scelto la farfalla monarca perché “non ha una dimora specifica. Migra da un posto all’altro per necessità”. Riflette quindi sul fatto che la farfalla monarca lo aiuta a “dare un senso alla [propria] presenza” in quanto immigrato, come molte famiglie che migrano “soltanto per riuscire, letteralmente, a sopravvivere”. Parla del potere della collettività, delle ondate migratorie: “le farfalle voleranno sopra il confine e gli immigrati scavalcheranno quel muro costi quel che costi. Perché devono farlo”. Nel frattempo, Duane riflette sul processo di coming out che ha completato in una fase avanzata della propria vita e osserva come l’espressione sessuale disinvolta del leone gli sia servita come guida e come rifugio per proteggersi dal fenomeno umano dell’omofobia. Egli afferma: “Nella società umana, la sessualità o sensualità ha una connotazione molto negativa, mentre nel regno animale fa semplicemente parte della natura animale.” Duane parla del senso di umiltà che prova nel sentirsi legato e associato al leone, ma al tempo stesso riconosce che entrambi condividono esperienze simili. Egli afferma: “Sono un maschio gay afroamericano. Il semplice fatto di essere un maschio afroamericano basta a farmi sentire come se appartenessi a una specie in via di estinzione”.

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Documentazione fotografica di Feral Utopias, 2015

Nel suo saggio “Spazi altri”, Michel Foucault ha elaborato il concetto di eterotopia come “contro-luoghi, un tipo di utopia effettivamente realizzata nella quale i luoghi reali che si trovano all’interno della cultura vengono al contempo rappresentati, contestati e sovvertiti”.[10] Quando i partecipanti parlano delle tendenze omofobe, transfobiche, razziste e contrarie all’immigrazione della società umana, al tempo stesso mettendo in luce le proprie affinità interspecie, emergono gli elementi utopici e la pratica della contestazione. Alcune immagini degli attori appaiono brevemente come fotogrammi animati sopra il paesaggio, scorci della forma e dei loro movimenti. L’animale non appare e rimane solo una suggestione. Le tracce fisiche degli animali che conosciamo sono assenti. Invece di mostrare la forma animale mercificata ed edulcorata che tanto prevale nella cultura occidentale, quest’opera invita a immaginare in chiave utopica le soggettività animali, una concezione che pone in primo piano il senso di appartenenza, contesta la sottomissione alle gerarchie dominanti e si concentra sul potenziale liberatorio presente nelle diverse nature-culture.

CONCLUSIONE

Con i lavori qui presentati ho voluto dare un contributo personale alla partecipazione e all’organizzazione di un pensiero ecologico multirelazionale. Incoraggiando varie strategie di coinvolgimento e di partecipazione al mio lavoro, ho assegnato alla relazionalità un ruolo prioritario tra gli aspetti del mio processo artistico. Le affiliazioni improprie, illustrate da Chen come quelle che esistono al di fuori dell’eteronormatività, risuonano con forza in questi miei lavori. Dalla pratica sociale del coinvolgimento del pubblico visto in Habitats Are Limited presso il Macbride Raptor Project, all’esplorazione collettiva degli affetti interspecie nelle esperienze di alienazione tra i partecipanti di Feral Utopias, fino alle articolazioni intime della malinconia interspecie dei partecipanti ad Animal Chatz, il mio lavoro stimola intimità e affiliazioni esclusive tra partecipanti, spettatori e mondo animale.

Come afferma Felix Guattari nell’epigrafe in apertura di questo lavoro, “Non sono solo le specie a estinguersi, ma anche le parole, i gesti e le frasi della solidarietà umana”. In una cultura dominante caratterizzata dalla sottomissione dell’esperienza alla logica degli interessi capitalistici, la relazionalità è troppo spesso sovradeterminata dalla nostra posizione di consumatori. Mentre la terra diventa una risorsa da consumare incessantemente e i lavoratori si trasformano in merce a poco prezzo, le pratiche della solidarietà umana diminuiscono e vengono meno. Guattari ci ricorda che le ideologie che permettono la distruzione violenta delle comunità biologiche circostanti (dal krill antartico ai rinoceronti di Giava) sono intimamente legate alle ideologie che ci allontanano dalle comunità umane emarginate. Il mio lavoro documenta gesti e frasi di solidarietà umana, presentandoli all’interno di un coro collettivo di voci differenti di dissenso e incoraggia nuove relazionalità che si basano su affiliazioni improprie di solidarietà queer interspecie.

[1] Stacy Alaimo, “Eluding Capture: The Science, Culture and Pleasure of Queer Animals” In Queer Ecologies: Sex, Nature, Politics, Desire, Edited by Catriona Mortimer-Sandilands and Bruce Erickson (Bloomington: Indiana University Press, 2010), 54.

[2] Alaimo, “Eluding Capture,” 60

[3] Alaimo, “Eluding Capture,” 67.

[4] Chen, Animacies, 148.

[5] Muñoz, José Esteban Cruising Utopia: The Then and Now of Queer Futurity (Minneapolis: University of Minnesota Press, 2009)

[6] Hogan, Katie “Undoing Nature: Coalition Building as Queer Environmentalism,” in Queer Ecologies: Sex, Nature, Politics, Desire (Bloomington: Indiana University Press, 2010), 234.

[7] Hogan, “Undoing Nature,” 236.

[8] Muñoz, Cruising Utopia, 11.

[9] Chen, Animacies, 129.

[10] Foucault, Michel. “Of Other Spaces” Diacritics 16 (Spring 1986), 24.

 

 

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